Ieri è iniziato quel rito collettivo che trasforma chiunque un po’ in critico musicale, un po’ in stylist, un po’ in tuttologo. È il bello di Sanremo: la maggior parte di noi lo aspetta per apprezzarlo o criticarlo, stare insieme, leggere i commenti a caldo su X e chissà cos’altro. Il resto, chi vorrebbe evitarlo o inneggia all’indifferenza, scorre comunque gallery riassuntive su Instagram come queste per non sentirsi completamente fuori. 

Eppure, al di là della percezione di onnipresenza, i numeri raccontano una storia leggermente diversa. Dati alla mano, sembra che l’arresto della parabola ascendente di attenzione per la kermesse sia probabilmente arrivato al momento di rottura: ieri la prima serata ha totalizzato 9,6 milioni di telespettatori, pari al 58% di share, contro i 12 milioni 630mila di telespettatori, pari al 65,3% dello scorso anno.

In termini di share si tratta di un ottimo risultato: il quarto dal 1997, quando la media di Mike Bongiorno fu del 58,74%. Ma una contrazione di tre milioni di spettatori indica un cambio di tendenza – anche, forse, fisiologico – dopo gli anni di Baglioni e Amadeus che, con le loro direzioni artistiche più innovative, hanno fatto campare un po’ di rendita l’ultimo biennio Conti (che li aveva già anticipati nel triennio 2015-17, in cui vinsero Il Volo, gli Stadio e Gabbani, non proprio gente per cui tiferesti con estremo piacere all’Eurovision).

Eppure, eccoci ancora qui, aggrappati al divano, per dare gomitate a chi si addormenta o prenderle quando ci appisoliamo noi, per commentare alla macchinetta del caffè coi colleghi o su WhatsApp dove, anche lì, l’hype per chi ha totalizzato di più al Fantasanremo è ai minimi storici, almeno dalle mie parti. In tutto questo, però, qualcosa di notabile c’è: dalla (ammettiamo, un po’ prolissa) signora Gianna che ricorda i valori antifascisti, passando alle Bambole di Pezza che spiegano il femminismo a un giornalista basic, fino al “fastidio!” compreso. Un saluto a chi arriverà in fondo alla quinta serata.