In un intervento pubblicato nel 2018 su The Cut, la giornalista Hayley Schueneman sosteneva che la visione individuale sia il modo più autentico per entrare davvero in contatto con un film. L’autrice raccontava di aver maturato questa convinzione in adolescenza, durante “The Aviator”, il biopic diretto da Martin Scorsese e interpretato da Leonardo DiCaprio. L’amica con cui era andata in sala si addormentò e lasciò il cinema a metà proiezione. «Così finii il film e tornai a casa a piedi. Decisi seduta stante che il miglior modo per guardare un film era da soli».

Secondo Schueneman, l’esperienza cinematografica resta per sua natura personale, anche quando condivisa. Non di rado si accetta di accompagnare altri spettatori o di adattarsi nella scelta del titolo, pur sapendo che durante la proiezione non si parlerà. La giornalista critica persino l’idea del cinema come primo appuntamento: «è un’idea tremenda, davvero orribile. Ditemi se vi siete mai divertiti a guardare un film con una persona di cui sapete circa 14 cose, che si riducono a chi sono i suoi fratelli e a che cibi preferisce».

Per Schueneman il cinema funziona come la lettura: «prima lo leggi da solo, poi lo discuti con gli altri che l’hanno visto. È così che dovremmo guardare i film. Quando guardo un film con qualcuno mi accorgo di guardarlo attraverso i suoi occhi, la sua mente e le sue emozioni, oltre alle mie. A volte basta questo per rovinare una prima visione (come per “The Aviator”). Voglio che la mia prima impressione di un film sia filtrata soltanto dal mio cervello». Nella sua riflessione, l’autrice suggerisce anche un piccolo rituale pratico: arrivare in anticipo, scegliere una posizione centrale nelle file posteriori e prepararsi prima dell’inizio. «Si spengono le luci e siete pronti per guardare un film».

Negli ultimi anni l’attenzione verso il rapporto tra cinema ed emozioni si è ampliata, inserendosi nel campo più vasto delle arti come strumenti di crescita personale. In questo contesto si colloca la Cinematerapia, metodologia che utilizza la visione cinematografica in modo strutturato e finalizzato allo sviluppo individuale. La disciplina rientra nella famiglia delle artiterapie, accanto a teatro, musica e arti visive, ma si distingue per l’uso del linguaggio filmico come stimolo simbolico ed emotivo. La differenza principale riguarda le finalità: il cinema tradizionale nasce come intrattenimento culturale, mentre la Cinematerapia mira a lavorare sulle emozioni emerse durante la visione.

Le reazioni suscitate da un film vengono considerate una materia grezza da organizzare e interpretare, non un risultato conclusivo. La semplice fruizione in sala può generare empatia, identificazione o catarsi, ma non produce automaticamente cambiamenti strutturati nella persona. Un percorso trasformativo richiede invece analisi, rielaborazione e accompagnamento metodologico.

In questa prospettiva la Cinematerapia non si propone come sostituto della psicoterapia né come intrattenimento colto. Non coincide con cineforum o dibattiti, ma con un processo di lavoro sulle immagini e sui significati evocati dai film. Come osserva la docente di psicologia Conni Sharp della Pittsburg State University, «molti psicologi e counselor si stanno domandando perché non hanno utilizzato prima la Cinematerapia, visto che è efficace e non rischia di danneggiare nessuno». Anche lo psicologo clinico John W. Hesley sottolinea che «molti terapeuti stanno cominciando ad utilizzare i film per rendere più veloci i cambiamenti positivi».

Accanto alle esperienze seminariali, negli ultimi anni si sono diffusi anche percorsi di formazione dedicati alla Cinematerapia, rivolti sia a professionisti dell’educazione e della relazione d’aiuto sia a persone interessate alla crescita personale. I corsi prevedono generalmente la visione guidata di film selezionati e l’analisi delle loro dinamiche narrative, emotive e simboliche. L’obiettivo è sviluppare consapevolezza emotiva, rafforzare le capacità di identificazione e riflessione personale e facilitare l’elaborazione di vissuti complessi. Attraverso la narrazione filmica, i partecipanti imparano a stimolare il dialogo interiore, la resilienza e i processi di cambiamento psicologico.

I percorsi introducono anche alle basi metodologiche della disciplina: il ruolo del conduttore, le tecniche di discussione post-visione e le modalità di integrazione dell’approccio in contesti educativi, sociali e di supporto alla persona. L’intento è fornire competenze pratiche e una cornice teorica solida per trasformare la visione dei film in uno strumento di relazione e benessere emotivo.