Il film di Oliver Laxe, premio della giuria a Cannes e ora in sala, ha due pregi. Il primo, più impattante, è il modo in cui restituisce a livello sonoro e visivo la scossa energetica del free party. E lo fa nel luogo allo stesso tempo più austero e mitico, la TAZ (Zona Temporaneamente Autonoma) per elezione utopica e suggestiva: il deserto. 

In questo caso siamo verso una zona vicino alla Mauritania, una terra di nessuno che alcuni leggono come un bordo del Sahara Occidentale, rivendicato dal Fronte Polisario. Zone contese, con combattenti e terreni impervi, a tratti minati – e non solo in senso figurato. Lo scenario è fin da subito conflittuale, tra confronti con le forze di sicurezza e segnali radio che restituiscono un mondo sull’orlo della terza guerra mondiale. 

Ma nel ballo il tempo è immobile, sembra fermarsi nella tempra catartica del rave. E infatti non è casuale la candidatura agli Oscar per il miglior sonoro (oltre a quella per il miglior lungometraggio internazionale) per quello che Wired definisce con parole mai più emblematiche un «road-movie psicotropo e mistico».

Tralasciamo la sceneggiatura, costruita a colpi di scena crudi e traumatici che spezzano e ridefiniscono via via la narrazione man mano che i protagonisti viaggiano verso la meta sconosciuta del free party definitivo. Il secondo pregio di Sirāt è quello di unire al gusto audiovisivo la storia di un dramma familiare. Quella di un padre, Luis, che nel mezzo delle feste ferma i raver per chiedere informazioni sulla figlia di cui ha perso le tracce ormai da anni. Vaga in mezzo ai corpi allucinati, mostra la sua foto ai presenti. Insieme a lui c’è quello che rimane della sua famiglia: un figlio, Esteban, quasi adolescente e l’amata cagnetta Pipa. 

Dapprima scettico, un evento alla volta, trauma dopo trauma, anche questo uomo di mezza età entra in connessione profonda con la tribe che ha scelto di accompagnarlo in questa avventura. La famiglia che ormai ha perso si ricostruisce nell’alleanza primordiale del clan che – così sembra emergere dalla visione del film – porta Luis a interiorizzare l’odissea che sta vivendo avanzando in un deserto solitario, mentre richiama il vuoto pneumatico di un padre silenzioso che non ha saputo amare la propria figlia. E così non importa più se si riabbracceranno o no, non importa vivere o morire quando un padre capisce che la famiglia è quella che ti scegli. Anche ballando.