«Di chi sono i nostri giorni?». È questa la domanda, tanto drammatica quanto necessaria, che Dorotea rivolge a suo padre, il Presidente Mariano De Santis. La frase è già diventata il manifesto de "La Grazia", l'ultima opera di Paolo Sorrentino, perché esplode contro la cronica indecisione del protagonista: quel suo «devo pensarci ancora un momento» che funge da paravento per una generazione incapace di scegliere. In questo interrogativo si condensa il cuore del film: il conflitto, la distanza fra vecchio e nuovo e la faticosa riconciliazione tra un passato che si crede migliore solo perché rassicurante e un presente vitale che scalpita per essere vissuto.

La letteratura e il cinema non hanno mai smesso di interrogare questa tensione, spesso caricando la giovinezza di una responsabilità che il mondo adulto non vuole più assumersi. Dai giovani partigiani di Calvino alla gioventù smarrita di Tondelli, dal trauma infantile di Germania anno zero ai ragazzi annoiati di Amarcord, l’età giovanile è sempre stata il luogo in cui misurare la distanza (e spesso il fallimento) di una generazione rispetto alla successiva.

Negli ultimi anni, Paolo Sorrentino sembra aver rimesso questo tema al centro del suo cinema, non solo raccontandolo ma cercando quasi di intercettarlo fisicamente: le proiezioni notturne di Parthenope, le anteprime mattutine, le interviste in podcast ascoltati per lo più dalle nuove generazioni, le presentazioni al Cinema Troisi. "La Grazia", oggi in sala, è un film che parla anche e soprattutto di questo: della difficoltà, e della necessità, di fidarsi dei più giovani, anche quando il loro linguaggio appare estraneo o persino minaccioso.

Il protagonista è Mariano De Santis (Toni Servillo), Presidente della Repubblica alla fine del suo mandato. Un uomo soprannominato “Cemento armato”, chiuso in una vita fatta di rituali, cerimoniali, attese e non-decisioni, eppure chiamato ad affrontare una crisi morale che si concentra attorno a due scelte cruciali: una legge sul fine vita e due grazie da concedere. Scelte che hanno a che fare con l’etica, con la sua profonda fede cattolica, certo, ma che in realtà riguardano qualcosa di ancora più profondo: il suo rapporto con il presente, e quindi inevitabilmente con chi quel presente lo abita tutti i giorni.

De Santis vive in una dimensione sospesa, formalmente impeccabile, monolitica, ma interiormente irrisolta. Dice che il figlio compone musica classica, ignorando(?) che faccia pop. Dichiara di disprezzare la musica contemporanea, salvo poi ascoltarla di nascosto con le cuffie regalate dalla figlia (Anna Ferzetti). Non si può rappare Gue Pequeno («Affacciati alla finestra / spacciatore mio») se la tua vita è una liturgia solenne: o meglio, lo si può fare solo in segreto, protetti dalla complicità di un corazziere che gli concede la “grazia” per quella trasgressione. Lo vediamo immobile, ancorato al “protocollo”, persino davanti al presidente portoghese che cade sotto la pioggia battente nel cortile del Quirinale o all’invito dell’ex presidente lituana di farsi una passeggiata per le strade di Roma: è un uomo troppo istituzionale per concedersi uno scatto di vitalità, giovanilistico.

Alla fine, De Santis capisce che il passato non è affatto migliore, è solo più sbiadito e lontano, abitato da ciò che si è stati. Abbandona così l’equidistanza democristiana, quell’arte di non scegliere mai per paura di scontentare qualcuno, e accetta che a plasmare il presente siano coloro che lo vivono davvero. Decide insomma di affidarsi alla generazione di sua figlia, quella che preferisce «chiedere dopo perdono, non prima per favore».

"La Grazia" è un film sul dubbio e sull'etica, ma soprattutto sulla capacità di cedere il passo a chi possiede nuove chiavi di lettura del reale, anche se imperfette, a chi il presente lo intercetta meglio perché capace di non chiudersi nelle stanze del potere, ma di confrontarsi con il reale, con il peccato. In un’intervista a Lucy, Sorrentino ha spiegato che spesso gli anziani confondono la «catastrofe della propria fine imminente con la catastrofe del mondo». De Santis sceglie di non cadere in questo equivoco, di prendere coscienza che il presente non gli appartenga più, di fidarsi di chi quel presente lo vive davvero. È in questo gesto, semplice ma rivoluzionario per chi nella vita è “Cemento armato”, che il film trova la sua vera grazia.