Superata una certa età, andare a ballare diventa cringe?
di Vincenzo LigrestiMi ritrovo spesso circondato da persone tra i 25 e i 40 anni, e le reazioni alla mia passione per il clubbing oscillano sempre tra due estremi: il classico «Ti invidio, non avrei le forze» e il più critico «Ma non sei troppo vecchio?». Da persona che ha superato i 30, la mia risposta è sempre un’iperbole: «Io a ballare ci andrò fino a 80 anni». Discussioni del genere mi capitano sempre più spesso, e sono arrivato alla conclusione che tanto le domande quanto la risposta siano legittime, soprattutto se chi le pone ha in mente solo le discoteche commerciali per ventenni, e chi risponde è una persona che appena può scappa a Berlino per dimenarsi con la techno (me medesimo).
Secondo un sondaggio, che ha coinvolto 5mila persone, la soglia superata la quale si è considerati troppo vecchi per andare in discoteca sarebbe 37 anni. L’analisi è stata condotta su commissione dalla grande catena di elettronica inglese Currys, si chiama “A casa si sta benissimo” ("The great indoors") ma, come dire, facendo due più due: era parte di una campagna per dire, «caro consumatore resta sul divano, questo televisore HD di 52 pollici è un affare, compralo!». Geni del marketing. È comunque però innegabile che l’età giochi un ruolo importante: è dimostrato che dopo i 25 anni i tempi per riprendersi dall’hangover si allungano, le responsabilità si accumulano, e non scambiare il giorno con la notte per non sballare il proprio ritmo circadiano sembra a un certo punto una scelta saggia.
Ma se questi elementi giustificano il “non avrei le forze” di alcuni che preferiscono legittimamente cene, listening bar o pub tranquilli; non colmano il bias di chi pensa che vivere con somma gioia il clubbing abbia una data di scadenza. Non è il clubbing nella sua forma più nobile a escludere gli adulti, ma il pregiudizio ageistico secondo cui nell’adultità viverlo, anche una volta ogni tanto, sia inappropriato a prescindere. Ovviamente, in questo discorso, è fondamentale il contesto: soprattutto in certi club, serate underground o a certi Festival, a nessuno frega della tua età.
«Molti associano adulti e clubbing all’immagine stereotipica del sessantenne che si atteggia a giovane in cerca di ventenni nei locali commerciali», mi spiega Alessia, 38 anni, «Ma negli ambienti underground che frequento, il clubbing è inclusività, libertà ed espressione di sé». Può succedere però anche il contrario: «Una volta, con delle amiche, mi sono ritrovata a una serata piena di universitari: mi ha fatto sentire a disagio», racconta Claudia, 31 anni. «Preferisco ambienti misti, non solo ventenni che non sanno ancora quanto reggono l’alcol o che ci provano con me quando potrei essere loro zia». Rispetto ai club commerciali, dove l’età può essere un fattore discriminante, la scena techno è tendenzialmente più accogliente per clubber di tutte le età. In alcuni eventi underground è comune trovare sia giovani ventenni che qualche veterano, magari che ha vissuto gli albori del movimento negli anni ’80 e ’90.
A conferma di ciò, un paio di anni fa ho partecipato a una Love Parade, la parata-festival della musica techno, a Berlino: lì persone di tutte le età, dai ventenni alle signore col deambulatore, ballavano e facevano festa, consapevoli che codici e comportamenti basati sull’età in contesti di libertà sono spesso futili e arbitrari. Non avevo mai visto nulla del genere. Almeno fino a quando non ho ritrovato la stessa energia, ma più intensa, al Whole Festival: il più grande festival di musica elettronica queer al mondo, dove corpi di tutti i colori, origini, generi, età e forme si sono riuniti per creare un universo parallelo intersezionale, internazionale e interconnesso, anche grazie a una line-up notevole.
In Italia qualcosa del genere al momento pare pura utopia, e in generale sulla questione età il sentire comune è, per l’appunto, e soprattutto nell’offerta ancora un bel po’ ageista, ma ci sono comunque persone che resistono. «Sono stato al Club to Club a 42 anni: tutto bellissimo», mi ha scritto Giuseppe, dopo che su Instagram ho chiesto se esistesse un’età oltre la quale è cringe andare a ballare. «Stai scherzando, vero? Io continuo a ballare più house tech che techno e, in tutti i club e festival elettronici a cui vado, vedo gente dai 18 ai 70 anni. Qui a Trieste la scena non è grandissima, quindi qualche volta con mio marito andiamo in Slovenia», mi ha scritto invece Katia, 53 anni. E, in effetti, anche al Primavera Sound di Barcellona, “il coachella europeo”, molto più mainstream, posso confermare di aver visto l’anno scorso gente di tutte le età ballare Le Tigre, i Disclosure, Romy e così via.
Per gli adulti che hanno poco tempo o abitano in zone dove c’è poco, quindi, concentrare la propria voglia di musica, balli e corpi partecipando a un paio di Festival l’anno può essere un’alternativa valida. Ma, più in generale, per chi abita in zone in cui l’offerta è maggiore e non vuole fare tardi (e questo vale per tutte le età) esistono diversi eventi che iniziano al pomeriggio (per esempio alcune feste di Buka o Vitamina a Milano); o i klubnacht (dalla festa caratteristica che Berghain organizza da sempre), che iniziano al sabato sera e terminando lunedì mattina, dove puoi arrivare e andartene quando vuoi. Mentre, per chi non si sente a proprio agio in ambienti misti, esistono feste over 25 (un caso, per esempio, sono quelle organizzate ogni tot a Londra da Pxssy Palace).
Negli ultimi anni a Milano, che è la città in cui vivo, ho notato una tendenza tra i più giovani: andare a cena nelle balere e poi unirsi agli anziani nelle danze. È un momento poetico, perché parte dall’idea di “andiamo a vedere cosa fanno i ‘vecchi’”, ma poi diventa un gesto di condivisione intergenerazionale. Come mi ha detto Giulia, 33 anni: «La techno non ha età, proprio come i balli da sala». Chissà che non inizi a prendere lezioni di salsa e merenghe, tra un Festival, una Buka, e una capatina a Berlino. Certe situazioni le lascio volentieri ai più giovani.