Lo “sconto” sulla benzina che fa comodo a Governo e petrolieri
Da lunedì 28 settembre benzina e gasolio costano meno nelle stazioni che hanno aderito al price cap deciso dalle grandi compagnie petrolifere. Eni ha fissato per la propria rete un prezzo massimo di 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 per il diesel, mentre IP ha seguito la stessa strada. Da domani, 1° ottobre, anche Q8 introdurrà un proprio tetto. Diciamolo subito: per le famiglie italiane è una buona notizia.
La misura, però, è stata accolta positivamente dal governo, che da settimane cerca di contenere l’impatto del caro carburanti su famiglie e imprese. Il price cap arriva inoltre mentre l’esecutivo valuta nuove misure sugli extraprofitti del settore energetico, cioè quei guadagni considerati eccezionali rispetto ai livelli ordinari e legati alla fase di forte aumento dei prezzi dell’energia. Secondo Reuters, la disponibilità dei grandi operatori a contenere i prezzi arriva quindi anche mentre aumenta la pressione dell’esecutivo sul settore.
Il caso Eni è particolarmente significativo. La società non è un operatore privato come gli altri: il Ministero dell’Economia e Cassa Depositi e Prestiti controllano complessivamente il 33,09% del capitale, una partecipazione che garantisce allo Stato il controllo di fatto dell’azienda. Questo non significa che il governo abbia imposto il tetto a Eni. Ma la scelta della compagnia si inserisce in un rapporto stretto con l’esecutivo e in un momento in cui Palazzo Chigi ha bisogno di mostrare un intervento concreto sul costo dei carburanti.
Per le compagnie c’è però anche un interesse commerciale. Offrire benzina e diesel a un prezzo più basso significa attirare automobilisti verso la propria rete, aumentare i volumi venduti e rafforzare la propria posizione sul mercato. Il primo giorno di applicazione del tetto ha prodotto code in diversi distributori e, in alcuni casi, anche l’esaurimento temporaneo delle scorte.Il problema è che non tutti i distributori possono permettersi di fare lo stesso. A protestare sono soprattutto le cosiddette “pompe bianche”, cioè gli impianti indipendenti che non appartengono alle grandi reti petrolifere. Questi operatori acquistano il carburante sul mercato all’ingrosso e sostengono che, senza un intervento anche sul prezzo di fornitura, applicare alla pompa lo stesso tetto imposto dalle compagnie significherebbe in alcuni casi vendere con margini troppo bassi o addirittura in perdita.
È il punto sollevato da Assopetroli-Assoenergia, l’associazione che rappresenta le pompe bianche e gli impianti privati convenzionati con i marchi. Dopo l’annuncio di Eni, l’associazione ha convocato un comitato d’urgenza per valutare gli effetti del price cap sugli equilibri concorrenziali e sulle aziende associate, riservandosi anche di coinvolgere le autorità competenti. La richiesta degli indipendenti è quindi che il meccanismo non si fermi al prezzo finale. Se le grandi compagnie possono permettersi di abbassare il listino alla pompa, sostengono le pompe bianche, servono condizioni che consentano anche agli operatori indipendenti di acquistare il carburante a prezzi compatibili con quel limite.