Sarà perché questa maggioranza al Governo si rivede ancora nelle parole di chi ci descriveva come «un popolo di poeti e artisti» che poi si prende la licenza creativa di ignorare ciò che funziona già molto bene altrove - un salario minimo stabilito per legge - per inventare qualcosa di diverso - il salario giusto - che non si capisce bene però chi, come e quanto dovrebbe avvantaggiare. 

Oltre il 90% dei Paesi membri dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) dispone di un sistema di salario minimo. Dei 27 Stati membri UE, 22 hanno adottato un salario minimo per legge: in Germania, ad esempio, dopo l’ulteriore aumento di gennaio 2026, il salario minimo attuale è di 13,9 euro lordi all’ora. In Spagna è di 8,90 euro lordi all’ora ma vige la regola per cui chi percepisce il salario minimo è esentato dal pagamento dell’imposta sul reddito (l’equivalente dell’IRPEF). 

Se il concetto di salario minimo è lineare (un livello minimo di retribuzione stabilito per legge, al di sotto del quale il datore di lavoro non può scendere) e facilmente comprensibile e verificabile dal lavoratore stesso, il concetto di salario giusto lascia dei dubbi. Diventato legge lo scorso 24 giugno con l’approvazione definitiva del cosiddetto Decreto Lavoro o Decreto Primo maggio, il salario giusto è un salario in linea con i minimi previsti dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative. Contratti che quindi, in teoria, dovrebbero assicurare le maggiori garanzie. 

Fin qui potrebbe sembrare addirittura un’iniziativa lodevole, con il Governo Meloni che rilancia la centralità di sindacati e della contrattazione sindacale. Il punto centrale è che nessuna azienda è obbligata a fare niente. Semplicemente, se un’impresa vuole continuare a godere dei bonus per le assunzioni di donne, under35 o assunzioni al Sud (sconti o esoneri sul pagamento dei contributi per queste categorie) dovrà applicare il salario giusto. E il Governo quest’anno ha stanziato 1 miliardo di euro per dare continuità a questi incentivi, che esistevano già negli anni passati.

Su quella definizione generica di salario giusto, poi, ci sono precisazioni da fare: le aziende non dovranno adeguare il salario al CCNL, ma il Tec (Trattamento economico complessivo) che comprende tutto, paga, buoni pasto, tredicesima…vuol dire che una datrice di lavoro può continuare a pagare salari al di sotto della soglia minima giocando magari sull’aumento dei buoni pasto erogati o su altre forme di welfare per rientrare comunque nei criteri per l’accesso ai bonus. O non fare nulla di tutto questo perché - a conti fatti - guadagna comunque di più sotto-pagando lavoratrici e lavoratori che mettendosi in regola e ottenendo dei bonus sulle assunzioni.

Un altro punto è questo: qual è lo stato di salute dei CCNL in Italia? Perché è su questi che si imposta la misura. Le contrattazioni sono sempre in ritardo e i rinnovi arrivano a contratti scaduti anche da anni: a marzo 2026, ad esempio, 4 milioni di lavoratori dipendenti avevano un contratto scaduto.  Secondo i dati OCSE dal 1991 al 2023 i salari reali in Italia sono diminuiti del 3,4%. Nello stesso periodo, negli altri grandi Paesi industrializzati sono aumentati, in media, del 25%. E allora, una norma che interviene sui salari dovrebbe quantomeno avere l’obiettivo di invertire questa tendenza, dopo oltre trent’anni. Ma l’impressione è che questo non accadrà, perché, appunto, la norma sul salario giusto non crea alcun tipo di obbligo per le aziende.

I controlli? Nessun riferimento specifico a un aumento di controlli o ispezioni, né tantomeno a sanzioni automatiche per chi non rispetta le regole.  È vero che è stata introdotta la regola per cui se un CCNL non viene rinnovato entro 9 mesi dalla scadenza, scatta un adeguamento retributivo provvisorio a titolo di anticipazione forfettaria, pari al 50% dell’inflazione IPCA (al netto dei prodotti energetici importati). Ma spesso anche questo adeguamento può essere economicamente più vantaggioso per un’impresa rispetto ai costi di un rinnovo contrattuale. Non solo, le disparità di trattamento restano: si va ad esempio dagli 11 euro/l’ora del settore terziario, ai 7,9 euro/l’ora dell’industria calzaturiera. Vuol dire che dopo l’introduzione della norma sul salario giusto continueranno ad esistere precariato e lavoro povero. 

Il passaggio da salario minimo a salario giusto non è solo un gioco di parole, che del gioco avrebbe comunque ben poco, perché il terreno è la pelle di lavoratrici e lavoratori. È la scelta di non andare dritti al punto: tutelare lavoratrici e lavoratori poveri o chi non è coperto da contratti collettivi ma è soggetto a contratti pirata, per aggirare il problema proponendo, fondamentalmente, il rinnovo dei bonus per le aziende che assumono, a condizione però, stavolta, dell’applicazione di un salario giusto. È come quando chiediamo indicazioni stradali a Maps: c’è la strada diretta e più veloce e quella alternativa, più tortuosa, lunga. Solo che alla fine almeno anche questa seconda strada ci porta a destinazione, all’obiettivo.