Uno degli eredi del gruppo belga della grande distribuzione Colruyt si schiera pubblicamente a favore di un aumento della tassazione sui grandi patrimoni. Jan Colruyt, 56 anni, è l’unico residente in Svizzera ad aver firmato l’appello dei super-ricchi “We Must Draw the Line”, presentato durante il World Economic Forum di Davos.

In un’intervista pubblicata dalla SonntagsZeitung, Colruyt afferma che «il divario tra ricchi e poveri cresce, così non si può andare avanti», sottolineando che «le spalle più forti di una società dovrebbero sopportare il peso maggiore», mentre negli ultimi decenni lo sviluppo avrebbe seguito la direzione opposta. Ingegnere meccanico di formazione e comproprietario del Colruyt Group, ha scelto in Svizzera un percorso professionale diverso: si è formato come infermiere, ha lavorato per dodici anni nelle cure palliative e oggi si dedica a iniziative sociali locali.

Spiega di aver firmato l’appello perché «la concentrazione della ricchezza è dannosa e mette a repentaglio la democrazia». Il problema, sostiene, è sistemico: «Non appena si ha un certo capitale, questo cresce più velocemente di quanto si possa guadagnare con il lavoro dipendente», mentre non è giustificabile che manager e imprenditori guadagnino «100 o 1000 volte di più all’ora» dei dipendenti. Quanto agli strumenti fiscali, dice di non voler entrare nel merito tecnico ma cita alcune opzioni discusse in Svizzera, come l’imposta federale sulle successioni o sulla ricchezza. Riguardo alla proposta dei Verdi liberali di una tassa dello 0,33% sui patrimoni superiori a 5 milioni, osserva: «Per me è una possibilità. La percentuale potrebbe anche essere un po’ più alta». Secondo Colruyt, «i problemi del mondo non si risolvono con più imprenditorialità», ma richiedono il ruolo dello Stato e del processo democratico. Le eventuali maggiori entrate fiscali, aggiunge, dovrebbero essere destinate secondo decisioni politiche condivise.

A livello personale preferisce definirsi un “investitore sociale”: sostiene progetti culturali e abitativi nella sua comunità e, durante la crisi dei rifugiati del 2015, acquistò e ristrutturò una casa insieme a richiedenti asilo eritrei per favorirne l’integrazione.

La posizione di Colruyt non è isolata. Anche Gary Stevenson, ex trader di successo per Citigroup e oggi economista e attivista, si batte affinché i ricchi – inclusi i milionari come lui – paghino più tasse. La sua tesi parte da un presupposto simile: l’eccessiva disuguaglianza starebbe erodendo la classe media e, se non corretta, rischierebbe di sfociare in una profonda instabilità sociale.

Stevenson propone una wealth tax del 2% sui patrimoni superiori ai 10 milioni di sterline. A suo avviso, i grandi patrimoni crescono soprattutto grazie a redditi passivi e a dinamiche finanziarie che consentono alla ricchezza di aumentare più rapidamente dell’economia reale. Questo meccanismo, sostiene, sottrae risorse ai lavoratori e contribuisce a rendere beni fondamentali come la casa sempre meno accessibili. Non si tratta, precisa, di «punire» chi ha accumulato molto, ma di chiedere una «giusta quota» per riequilibrare un sistema che altrimenti tende ad ampliare il divario.

Dalle parole dell’erede belga a quelle dell’ex trader britannico emerge così un filo comune: la convinzione che la concentrazione estrema della ricchezza non sia solo una questione economica, ma un tema politico e democratico, che richiede un intervento pubblico più incisivo e una ridefinizione del contributo fiscale dei super-ricchi.