Domenica, durante una lunga conferenza stampa, il premier Francese François Bayrou ha risposto alle domande dei giornalisti in vista del voto di fiducia previsto per l’8 settembre. Al centro del dibattito c’è la proposta per la nuova legge di bilancio, che punta a una diminuzione della spesa pubblica per ridurre il forte deficit dello Stato francese. Una revisione che si è attirata molte critiche trasversali, da parti politiche che vanno dall’estrema destra alla sinistra moderata, minacciando il delicato equilibrio che ha permesso finora a Bayrou di guidare un governo di minoranza.

Il Partito Socialista ha proposto una “finanziaria” alternativa, meno austera, che secondo Bayrou peserebbe sulle casse dello Stato 32 miliardi. I socialisti sostengono che per fare cassa senza incidere fortemente sul deficit si possono adottare diverse misure, a partire dalla cosiddetta “tassa Zucman”, dal nome dell’economista francese Gabriel Zucman. Si tratta di un’imposta annuale del 2% sui patrimoni superiori ai 100 milioni, che in totale potrebbe raccogliere fino a 15 miliardi.

Ma per Bayrou la tassa non solo è «incostituzionale». Sarebbe anche inefficace, poiché i ricchi coinvolti lascerebbero la Francia, portando con sé la loro ricchezza. Destinazione? Tra gli altri, il premier francese ha citato l’Italia, accusata di fare «dumping fiscale». Con questo nome si identificano tutte quelle norme che agevolano il trasferimento di persone fisiche e imprese garantendo dei regimi fiscali favorevoli. O comunque più favorevoli rispetto ai Paesi di provenienza.

L’Italia non rientra tra i Paesi, anche Europei, che adottano politiche aggressive di dumping fiscale. Ma a partire dal 2017, per volontà di Matteo Renzi, sono state effettivamente messi in atto alcuni allentamenti per attirare aziende e persone abbienti. Peraltro l’ex premier agì in linea con le misure per i ricchi lanciate nello stesso periodo da Macron, in un momento in cui l’economia italiana si stava riassestando dopo anni di crisi. 

Secondo Renzi, questa sarebbe stata la via maestra per far tornare il Paese attrattivo. Così decise un’imposta forfettaria di 100mila euro sui redditi conseguiti all’estero per il capofamiglia e di 25mila euro per ciascun familiare che si sarebbe trasferito in Italia. Cifra che poi il Governo Meloni ha portato a 200mila euro l’anno scorso. A questo si è aggiunto, nel tempo, la riduzione dell’imposta sui redditi per le imprese che decidono di rientrare in Italia. E le agevolazioni per far rientrare professionisti ad alta qualificazione, manager e ricercatori. 

Già nel 2022 la Corte dei Conti aveva evidenziato che le politiche di flat tax per i super ricchi adottate dall’Italia potrebbero avere un effetto negativo sui conti pubblici. Al contrario, avvertiva, il Paese stava attraendo ricchezza senza benefici davvero concreti. Alimentando il rischio di essere giudicato a livello internazionale alla stregua di un piccolo paradiso fiscale. Altri economisti ritengono che la tassazione italiana sia addirittura regressiva, poiché il sistema fiscale permetterebbe al 7% più ricco di pagare proporzionalmente meno tasse rispetto ai lavoratori a reddito medio e basso. La dichiarazione di Bayrou sembra proprio dare consistenza a questi timori trasversali.

Lo stesso Financial Times in un recente articolo ha “elogiato” – parliamo di un giornale internazionale e pro business, simbolo della finanza londinese – la trasformazione di Milano. Per il quotidiano della city la capitale meneghina attira sempre più ricchi e diventa simbolo di un’Italia che sta utilizzando un regime fiscale favorevole per attirare industriali e fondi di private equity. Insomma, come evidenziano i clienti della società di consulenza Henley & Partners, sommando il costo del fisco e delle abitazioni molti giudicano l’Italia come più conveniente del principato di Monaco.