70mila palestinesi uccisi non contano: Netanyahu è il più votato
di Samuele MaccoliniNel momento in cui scriviamo, la mattina del 28 ottobre, il risultato delle elezioni israeliane è ancora in bilico. Ma una cosa è certa: la fine politica di Netanyahu è, ancora una volta, rimandata. Col 77% delle schede scrutinate, la coalizione dell’attuale Primo Ministro è leggermente in vantaggio, anche senza non ha raggiunto la maggioranza. Il suo partito, Likud, risulta il più votato con 27 seggi su 120 totali della Knesset, il Parlamento monocamerale di Israele. Il conteggio potrebbe durare fino a domani o venerdì per includere i voti per corrispondenza e quelli dei seggi speciali, come basi militari, ospedali, carceri e ambasciate. Gruppi che in passato hanno sostenuto la maggioranza attuale.
Netanyahu domina la politica israeliana dalla metà degli anni ‘90. Dopo l’invasione di Gaza, criticata anche dentro al Paese (soprattutto per la gestione, solo parzialmente per il massacro dei palestinesi) ci si aspettava che queste elezioni, le prime dal 7 ottobre, lo avrebbero ridimensionato. Perché non è successo? Lo abbiamo chiesto a Davide Lerner, giornalista italiano che ha lavorato per 3 anni nella redazione del prestigioso quotidiano progressista Haaretz, uno dei più critici verso il Governo Netanyahu. Nel 2024 ha scritto il libro reportage “Il sentiero dei dieci. Una storia tra Israele e Gaza”, pubblicato da Piemme.
«Dopo il 7 ottobre era stato dato per spacciato politicamente. Ma Netanyahu si conferma un incantatore capace di reinventare sé stesso e le sue narrazioni per risultare irrinunciabile agli occhi del pubblico israeliano, anche quando le sue politiche provocano vere e proprie tragedie», spiega Lerner a VD, secondo cui il successo del Primo Ministro si fonda sulla paura: «Riesce sempre a trasmettere all’elettorato una sensazione di precarietà e pericolo permanente nella quale solo lui, uomo forte e amico di Trump, sarebbe in grado di garantire la sopravvivenza di Israele».
«Se in Occidente ormai è considerato un mostro per i crimini di guerra di Gaza – continua – in Israele sono pochi a criticarlo per questo motivo. Come mi ha detto un esponente dei partiti arabi nel mio podcast “Israele Anno Zero”, “In Israele al massimo c’è opposizione contro Netanyahu per i suoi processi, contro lo champagne e i sigari che ha ricevuto da amici miliardari. Ma per i 70.000 palestinesi uccisi a Gaza, per quelli, non c’è una vera opposizione».
I partiti arabi rappresentano la popolazione araba con cittadinanza israeliana. Sono un quinto della popolazione, in maggioranza palestinesi, con poca fiducia nella politica e nelle istituzioni israeliane nonché nei partiti, da cui si sentono poco rappresentati. I partiti arabi hanno comunque ottenuto il miglior risultato di sempre a queste elezioni, merito anche della grande affluenza, la più alta dal 1999. Hanno offerto la loro collaborazione a Gadi Eisenkot, che guida il blocco (conservatore) di opposizione a Netanyahu, la cossiddetta opposizione sionista. E potrebbero essere decisivi per la formazione di una maggioranza alternativa (o no) a Netanyahu.