Da un lato gli studenti, scesi in piazza per quasi due anni contro la corruzione e il potere di Aleksandar Vučić. Dall’altro Lula, il presidente di sinistra che conquista un nuovo mandato battendo Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente di estrema destra Jair, in carcere per il tentato golpe del 2023. Brasile e Serbia, due Paesi lontani e diversi, oggi accomunati dal risultato della tornata elettorale del weekend.

In Serbia, il movimento studentesco nasce dopo il crollo di una pensilina alla stazione ferroviaria di Novi Sad, nel novembre 2024, che ha causato la morte di 16 persone. I sospetti di corruzione legati ai lavori pubblici trasformano la richiesta di giustizia in una contestazione sempre più ampia del sistema guidato dall’autoritario Vučić, al potere dal 2014. La mobilitazione coinvolge lavoratori e cittadini, fino a diventare una proposta politica. Domenica, la lista sostenuta dagli studenti ha ottenuto una vittoria storica, mentre Vučić ha riconosciuto la sconfitta. Con un’affluenza vicina al 70%, la più alta dalla dissoluzione della Jugoslavia, la mobilitazione ha dimostrato di poter passare dalle piazze alle urne. La “Lista degli Studenti” non ha leader né portavoce: tutte le decisioni sono collegiali.

In Brasile, Lula ha vinto il ballottaggio ribaltando il risultato del primo turno con il 51,79% dei voti validi, contro il 48,21% di Bolsonaro, che invece non ha riconosciuto il risultato. Per il leader del Partito dei Lavoratori sarà il quarto mandato presidenziale, il terzo non consecutivo. Lula ha vinto puntando su una riduzione della settimana lavorativa a 40 ore senza tagli salariali, sul superamento della scala 6x1 – sei giorni di lavoro e uno di riposo, sulla protezione dei lavoratori delle piattaforme e su una maggiore progressività fiscale, oltre che sullo storico programma di welfare. Dopo la vittoria, il presidente ha ringraziato i giovani che si sono mobilitati.

In Serbia ha vinto una lista nata da una mobilitazione studentesca contro il sistema di potere; in Brasile un presidente uscente. Entrambi i Paesi ricordano che la protesta può costruire un’alternativa e la partecipazione può riaprire scenari considerati chiusi.