«In Serbia gli studenti hanno vinto perché si sono organizzati»
di Giulia Echites«C'era una folla immensa in centro. La gente ballava il kolo, la danza nazionale serba, beveva e festeggiava. C'era così tanta felicità ed energia positiva che dubito che vivrò mai più un'esperienza simile. Non so nemmeno come potrei descriverla. Semplicemente: libertà». ~Đoka Novakov, è un ragazzo di 30 anni di Novi Sad: come tante coetanee e coetanei, nel 2024 ha visto nascere il movimento studentesco che, in Serbia, domenica 25 ottobre è riuscito a vincere le elezioni parlamentari sconfiggendo il partito autoritario e corrotto di Vučić, al potere nel Paese da oltre 14 anni.
~Đoka ha sostenuto fin da subito quel movimento che negli anni si è ingrossato fino a comprendere professori, artisti, sportivi, esperti di politica, sperava nel risultato che poi è arrivato, ma - come dice a VD - non osava crederci. «Mentre nel seggio in cui mi trovavo stavano ancora contando i voti, ho sentito la gente festeggiare e dire che Vučić si era rivolto pubblicamente alla Nazione ammettendo la sconfitta. Non riuscivo ancora a crederci. Dicevo: «Non fatevi ingannare, chissà cosa stanno tramando». Solo quando mi avete mandato messaggi dall’Italia dicendomi che i media stranieri ne avevano dato notizia, ho cominciato a crederci e a festeggiare. Avevamo superato il 50% prima ancora che molti seggi avessero chiuso!»
E in effetti, la mattina del giorno delle elezioni in Serbia era iniziata con segnali non rassicuranti: «A Belgrado, proprio nelle immediate vicinanze dell’Assemblea Nazionale e del Parco Pionirski» le persone vicine al partito di Vucic «si stavano radunando e stavano montando tende a guardia del Parlamento. Avevano bloccato la strada e mi è stato subito chiaro che si stavano preparando per dei disordini. Ero convinto che, anche se avessero perso, non avrebbero ammesso la sconfitta, ma avrebbero dichiarato di aver vinto, proprio come avevano fatto precedentemente alle elezioni locali».
Nel suo seggio a Novi Sad, ~Đoka con altri amici aveva preso l’impegno di «seguire un veicolo che trasportava le schede elettorali fino al luogo di consegna», per assicurarsi che «non accadesse nulla di imprevisto lungo il percorso». Tutto questo - ci dice - perché fino alle elezioni di domenica, la Serbia non poteva considerarsi un Paese democratico.
Il movimento studentesco serbo è nato in risposta alla tragedia avvenuta il 1 novembre 2024, proprio nella stazione ferroviaria di Novi Sad, dove il crollo di una pensilina ha causato la morte di 16 persone. «La gente chiedeva semplicemente giustizia, che almeno una persona venisse condannata. Se all’epoca avessero incolpato anche solo una persona, probabilmente nulla di tutto questo sarebbe successo, ma loro (Vučić e il suo partito ndr) si sono tenuti tutti uniti. Probabilmente temevano che, se avessero condannato qualcuno, quella persona avrebbe dimostrato che erano tutti corrotti e coinvolti. Temevano forse che sarebbe venuto fuori anche tutto il resto».
La corruzione delle istituzioni «per noi era diventata una cosa normale, ma quando abbiamo visto che a loro non importava nemmeno se - come dicevano - fossero morte 16 o addirittura 555 persone, abbiamo iniziato a ribellarci. Anche chi era rimasto neutrale o aveva paura ha iniziato a protestare e a chiedere giustizia a prescindere dalle conseguenze».
È così che dal basso nasce un movimento ampio e trasversale: «Sapevamo di non avere nessuno per cui votare perché anche l’«opposizione» era al loro servizio. Volevamo solo giustizia», spiega ~Đoka.
Anche il fatto che si tratta di un movimento senza leader ha una spiegazione precisa: «Non crediamo in una singola persona come rappresentante perché sappiamo che verrebbe rapidamente avvicinata, ricattata o minacciata. Noi crediamo invece negli ideali, nella bontà. Gli studenti erano pronti persino a morire, se necessario, per la giustizia, ma non hanno mai permesso che si verificassero incidenti». E infatti le immagini della serata di domenica sono quelle di un popolo in festa: «La gente festeggiava per le strade, girava in auto suonando il clacson, e ovunque c’erano musica e bandiere. Io guido un pick-up e siamo partiti in sei verso il centro, ma alla fine siamo arrivati in dieci perché la gente continuava a salire sull’auto.
Non era una piazza di un colore politico, non c’era un partito che aveva vinto sugli altri: «Abbracciavamo sconosciuti che ci sembrava di conoscere già, perché avevamo lottato per lo stesso obiettivo». E alla domanda se le piazze che stanno nascendo in questi giorni in Italia potranno costruire un movimento simile a quello degli studenti in Serbia, ~Đoka risponde: «In Serbia gli studenti hanno dimostrato ancora una volta quanto fossero perfettamente organizzati. Durante le manifestazioni hanno eretto barricate davanti agli uffici dell’SNS, il partito di Vučić, e hanno impedito a chiunque di rompere le finestre, in modo che le autorità non avessero alcuna scusa per dire che stavamo distruggendo qualcosa.
Durante le manifestazioni più grandi, organizzavano “arresti civici”: se qualcuno tra la folla iniziava a creare disordini, un gruppo di persone — che includeva sempre veterani più anziani e motociclisti a scopo di protezione — circondava quella persona e chiamava la polizia per allontanarla dalla scena. Dopo ogni manifestazione, alcune persone rimanevano sul posto per raccogliere tutti i rifiuti e pulire tutto.
Casualmente ero a Milano il 17 ottobre, quando sono iniziate le proteste. I manifestanti gettavano rifiuti per le strade, rompevano le vetrine dei negozi, distruggevano oggetti. A mio parere, questo non può nemmeno essere definito protestare. Si tratta di vandalismo. Se volete lottare per la libertà come ha fatto la Serbia, dovete organizzarvi estremamente bene, prevedere ogni mossa della controparte e sapere cosa fare in ogni situazione».