«Gli studenti italiani devono avere lo stesso coraggio di quelli francesi»
di Samuele MaccoliniRaphael ha 29 anni, è franco-italiano e da due anni vive a Saint-Denis, nella periferia nord di Parigi, da dove sono partite le mobilitazioni studentesche che in questi giorni stanno attraversando la Francia. Qui la protesta nasce anche dalle condizioni in cui studiano i ragazzi delle banlieue: scuole degradate, classi sovraffollate, professori assenti non sostituiti, servizi insufficienti. Un termine, banlieue, che Raphael ricorda avere un’origine dispregiativa e che letteralmente richiama l’idea di un «luogo messo al bando». Ma per Raphael la mobilitazione racconta qualcosa di più profondo: la rivendicazione di una generazione che rifiuta di essere considerata di serie B.
«Tutti quanti avevano disprezzato quelli delle banlieue dicendo che a loro non gliene frega niente della scuola», ci racconta. «Invece adesso abbiamo un esempio molto pratico e sotto ai nostri occhi di una gioventù che è sempre stata in margine e che si sveglia e lo dice ad alta voce: vogliono studiare, vogliono imparare delle cose».
È il paradosso che, secondo Raphael, la protesta sta portando in superficie. I giovani delle periferie, spesso raccontati attraverso il disagio sociale, sono in piazza per rivendicare proprio il diritto allo studio. «Non è che sono loro destinati a essere autisti di pullman o impiegati bancari casuali. No, loro vogliono studiare come tutti quanti, anche filosofia, anche matematica, anche astrofisica». Saint-Denis, 160 mila abitanti, è uno dei simboli di questa frattura. Una città dalla storia prestigiosa – qui si trova la basilica che ospita le tombe della maggior parte dei re francesi – ma anche una delle realtà più multiculturali dell'Île-de-France. «Esiste una frattura tra quello che rappresenta e quello che è veramente», ci dice Raphael.
In queste ore, accanto agli studenti, è emersa con particolare forza anche la figura di Bally Bagayoko, il sindaco di Saint-Denis. Raphael lo ha votato e, parlando con noi, lo descrive come un amministratore capace di rappresentare meglio la composizione sociale della città. «Aveva un programma elettorale, un soffio nuovo, un'energia». Nel suo racconto, Bagayoko ha cercato di intervenire anche concretamente sulle disuguaglianze che riguardano i più giovani: Raphael cita la gratuità dei libri scolastici, nuove iniziative per l'accesso alla cultura e interventi sugli alloggi. Ma il sindaco è diventato centrale anche nel modo di leggere la protesta e la risposta delle istituzioni.
Raphael ricorda infatti, nell’intervista, una sua presa di posizione sulle violenze durante le manifestazioni: «Rompere delle cose è solo una risposta alla risposta violenta». Una frase che, nel racconto del 29enne, sintetizza il clima in cui si stanno svolgendo le mobilitazioni. Raphael ci parla anche di una generazione che, nonostante la risposta delle forze dell'ordine, continua a scendere in strada. «Io sono molto orgoglioso della mia gioventù francese ultimamente, che si solleva e che ha un coraggio pazzesco».
E proprio per questo considera la protesta qualcosa che va oltre il diritto di manifestare. «Non è un diritto, è quasi un dovere non mollare. Il 17 ottobre scenderemo in piazza anche noi lavoratori, perché c’è una convergenza tra le lotte». Da Saint-Denis, il messaggio che Raphael rivolge agli studenti italiani è quindi diretto. Non vergognarsi della protesta, superare l'idea che scendere in piazza significhi necessariamente appartenere a una parte politica e, soprattutto, trovare il coraggio di partecipare: «In Italia c’è questo stereotipo della persona che va in piazza ed è comunista. Ci sono tante persone che qua scendono in piazza e non sanno nemmeno di che parte politica sono: è solo che si sono stufati e allora scendono», ci dice. Poi torna al confronto con l'Italia, da cui era partito. «Gli studenti italiani devono avere lo stesso coraggio degli studenti francesi. Devono scendere in piazza».