Per la nostra generazione, rispetto a quella dei nostri genitori, avere una casa non è più una sicurezza. Comprare è sempre più difficile, ma anche trovare un affitto sostenibile lo è. In Italia lasciamo la casa dei nostri genitori a 30,2 anni, quasi quattro anni dopo la media europea.

Quello che sta accadendo in Spagna, da questo punto di vista, è molto più vicino di quanto sembri. Le proteste contro la crisi abitativa, esplose dopo il caso di Maricarmen, 87 anni, sfrattata dalla casa di Madrid in cui viveva da settant’anni, hanno portato migliaia di persone in piazza. La bocciatura di due decreti sulla casa, che prevedevano maggiori tutele contro gli sfratti e più stabilità per gli affitti, è stata uno dei passaggi che hanno preceduto la decisione di Pedro Sánchez di convocare elezioni anticipate per il 29 novembre.

«Quello che vediamo in Spagna presto sarà chiaro anche in Italia», ha detto a Repubblica Filippo Celata, professore di Geografia economica alla Sapienza. Da noi quasi 12 milioni di persone vivono in affitto. Negli ultimi cinque anni sono aumentate del 12% le famiglie alla ricerca di una locazione. Tra il 2019 e il 2025 i canoni sono cresciuti del 37% a Roma, dell 40% a Napoli e del 49% a Milano e Firenze, molto più delle retribuzioni. Almeno sulla carta, le case non mancano. In Italia ce ne sono circa 35 milioni, 1,4 per famiglia, e quasi 9,5 milioni non risultano occupate da residenti. A pesare, soprattutto nelle grandi città, ci sono anche gli affitti brevi. Secondo Inside Airbnb, gli annunci sono oltre 34mila a Roma, più di 22mila a Milano, oltre 10mila a Napoli e circa 8mila a Venezia. Il dato forse più significativo riguarda i multi-host: circa il 70% degli annunci fa capo a host che gestiscono più inserzioni. Si tratta di un numero enorme, che rende sempre meno credibile l'immagine dell'affitto breve come semplice strumento del piccolo proprietario che mette a reddito una stanza o una seconda casa. Dietro una quota consistente dell'offerta c'è ormai un mercato organizzato, che compete direttamente con quello degli affitti residenziali.

Nel frattempo, il governo sta provando a rispondere con il Piano Casa, aumentando l'offerta, recuperando alloggi popolari e coinvolgendo anche capitali privati e fondi immobiliari. Ma proprio il ricorso ai privati apre due questioni. La prima riguarda l'accessibilità futura degli alloggi, un problema già emerso con il bando Pnrr sugli studentati, dove gran parte delle risorse è finita a operatori privati che hanno realizzato posti letto spesso fuori dalla portata degli stessi studenti a cui dovrebbero essere destinati. La seconda riguarda l'impostazione stessa del Piano: costruire nuove abitazioni può essere necessario, soprattutto dove manca edilizia pubblica, ma rischia di non incidere sulle cause della crisi se, nello stesso tempo, una parte consistente delle case che esistono già resta inutilizzata o viene spostata verso mercati più redditizi.

È il punto, questo, sollevato da Celata. «Costruire nuove case non è la soluzione», spiega a Repubblica. «Bisogna regolare il mercato per portare sul mercato residenziale quelle che oggi sono vuote o usate per altro».