In Cisgiordania i palestinesi diventano numeri
Un numero scritto sulla fronte e sulle braccia dopo essere stato fermato dai militari israeliani. È quanto accaduto ad Ahmed Hatna, residente a Qabatiyah, nel nord della Cisgiordania. Il caso è stato portato alla luce dal quotidiano Haaretz. Anche altri palestinesi avrebbero subito lo stesso trattamento e alcuni avrebbero denunciato percosse e interrogatori particolarmente duri. L’esercito israeliano ha dichiarato che l’operazione era finalizzata a individuare persone sospettate di pianificare attentati e che due individui erano stati arrestati.
La vicenda ha assunto ulteriore rilievo perché, dopo una prima ricostruzione, l’IDF ha ammesso che i soldati coinvolti avevano effettivamente «contrassegnato i sospetti interrogati». L’esercito ha definito il comportamento grave e ha annunciato un richiamo formale nei confronti dei militari, sostenendo che saranno adottate le misure necessarie perché episodi simili non si ripetano.
Non è però la prima volta che emergono immagini di questo tipo. Lo scorso aprile, alcuni soldati israeliani avevano scritto dei numeri sulle mani di donne palestinesi durante l’ingresso nel campo profughi di Jenin. Anche allora l’esercito aveva parlato di una «cattiva valutazione». Secondo la spiegazione fornita all’epoca, i numeri sarebbero serviti a identificare le persone in base alle aree del campo da cui provenivano.
Il nuovo episodio arriva in un momento di forte tensione in Cisgiordania, dove, con la complicità dell’esercito, sono in corso anche gli attacchi dei coloni contro i palestinesi. A Qusra alcune abitazioni palestinesi sono sotto assedio da giorni, mentre in altre aree sono stati segnalati incendi nei campi, irruzioni e attacchi contro mezzi di soccorso. Ahmad Tibi, deputato della Knesset e leader del partito arabo-israeliano Ta’al, ha definito l’episodio un segno di disumanizzazione.
«Ritengo che a Gaza si debbano effettuare omicidi mirati, eliminando 30-40 persone ogni notte», ha detto il ministro israeliano Ben Gvir, ospite in un podcast. Poi ha aggiunto: «Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere, non dovrebbero vivere, non sono nemmeno persone».