Il 14 agosto Jason Arday è stato trovato senza vita in un appartamento di Battersea, nel sud di Londra. Aveva 41 anni. Nel 2023 era diventato il più giovane professore nero nella storia dell'Università di Cambridge.  La polizia metropolitana ha classificato il decesso come «non accidentale» e «non sospetto»una formulazione che indica un suicidio, senza confermarlo ufficialmente. 

La sua famiglia ha dichiarato che Arday era stato bersaglio di una continua campagna diffamatoria per oltre tre anni dopo aver accettato la cattedra a Cambridge. Le accuse di plagio nei confronti della tesi di dottorato di Arday erano partite da Nathan Cofnas, un ricercatore di filosofia e scienze morali dell’Università di Gand in Belgio, che in passato ha sostenuto che in una meritocrazia le persone nere dovrebbero essere famose solo nello sport e nell’intrattenimento.

Cofnas aveva inoltre espresso dubbi su altre questioni legate alla sua vita personale e professionale. Il tutto era stato poi amplificato dai tabloid, poi dalla BBC, poi da tutta la stampa britannica. Cambridge, che aveva difeso Arday a giugno denunciando una «campagna vile per minarne la credibilità», aveva poi aperto un'indagine. Alla fine Arday si era dimesso il 5 agosto.  A prescindere da come sia andata veramente e se le accuse siano fondate o meno, quello che è accaduto dice molto sul meccanismo della purezza su cui parte della sinistra britannica e statunitense si è concentrata negli ultimi anni. Una struttura che avrebbe dovuto proteggere e tutelare le persone più vulnerabili e non esporle ad attacchi e pressioni.

I temi analizzati da quello che in senso dispregiativo viene chiamato “wokismo”, il movimento che promuove la giustizia sociale, sono stati fondamentali per garantire diritti e libertà prima negati. Finalmente è stato possibile portare nel dibattito pubblico questioni legate a genere e razza che altrimenti sarebbero rimaste sotto traccia.  Allo stesso tempo, però, parte della sinistra ha innescato una corsa alla purezza ideologica dimenticandosi della sostanza, trasformando la lotta per una società più giusta in un esercizio di stile e in un eccessivo moralismo più che in una pratica attiva.

Qualche giorno fa, la deputata democratica di New York Alexandria Ocasio-Cortez, in un'intervista ad ABC, ha ripreso una formula coniata dal consigliere comunale Chi Ossé: «Woke 1 era una follia», riferendosi al periodo tra il 2018 e il 2021, quando il movimento era al suo apice nella cultura mainstream. Ha poi però aggiunto: «Io penso davvero che le discussioni che si sono svolte in quel periodo siano state piuttosto proficue». La critica riguarda, quindi, il linguaggio, non il contenuto delle battaglie.

Anche perché, in un momento storico in cui negli Stati Uniti donne incinte muoiono per cause evitabili perché non hanno accesso ad aborti sicuri e immigrati vengono rapiti per strada da criminali mascherati, abbiamo bisogno del woke. Purché esca dal binarismo purezza/colpa e si faccia più concreto, a costo di sporcarsi le mani.