Da domenica un gruppo di coloni israeliani ha circondato le abitazioni di due famiglie palestinesi a Qusra, piccolo centro nei pressi di Nablus, in Cisgiordania. Gli assedianti hanno montato un accampamento davanti alle case delle famiglie Hassan e Abu Ridi, impedendo a chiunque di entrare o uscire. Nei giorni successivi hanno anche tagliato l'elettricità e l'acqua alle abitazioni, lasciando gli occupanti con scorte di cibo sempre più scarse.

Le forze armate israeliane, che controllano la sicurezza nell’area, non sono finora intervenute per porre fine all'assedio. Un video mostra alcuni soldati fraternizzare con i coloni, arrivando persino a pregare insieme a loro. Quando i giornalisti hanno provato a raggiungere la zona, l'esercito ha dichiarato l'area "zona militare chiusa" – una misura che di norma serve a tenere lontana la stampa, ma che non è stata applicata ai coloni.

Un episodio ha reso ancora più evidente la gravità della situazione: lunedì, quando una bambina di due anni della famiglia Hassan ha avuto un forte attacco di febbre, un'ambulanza della Mezzaluna Rossa Palestinese è stata bloccata dai coloni, uno dei quali ha tentato di speronarla con un mezzo pesante. Solo il pomeriggio successivo, grazie all'intervento di alcuni soldati, il veicolo è riuscito a raggiungere la bambina e a portare un po' di cibo alle due famiglie.

Il caso ha assunto rilevanza internazionale anche perché una delle due case assediate, quella della famiglia Abu Ridi, appartiene a un cittadino statunitense di origine palestinese, la cui abitazione è oggi occupata dal fratello. Giovedì l'ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee, ha condannato pubblicamente l'azione dei coloni, definendo il loro comportamento «disgustoso» e descrivendoli come dei terroristi.

I coloni israeliani si sono stabiliti a Qusra alcuni mesi fa, in una struttura incompiuta ai margini del paese. Da allora hanno messo in atto una serie crescente di intimidazioni contro la popolazione locale: danni a case e coltivazioni, aggressioni con armi da fuoco e, a marzo, l'uccisione di un uomo del villaggio.

Il blocco delle due abitazioni sembra rientrare in una tattica già vista altrove in Cisgiordania: costringere le famiglie ad abbandonare la casa per poi occuparla. Mercoledì c'è stato un timido segnale di attenzione da parte delle autorità, con l'arrivo a Qusra del generale Avi Bluth, comandante dell'esercito israeliano in Cisgiordania, che ha avuto un breve colloquio con le famiglie assediate. Il giorno dopo i militari sono tornati sul posto e hanno dichiarato di aver smantellato le strutture di fortuna allestite dai coloni, emettendo – e poi ritirando poco dopo – un ordine di evacuazione per alcuni residenti palestinesi. Ma l'intervento non ha risolto la situazione: diversi abitanti rientrati nelle proprie case dopo il passaggio dei soldati hanno denunciato danni e furti di denaro, e i coloni non sono mai stati allontanati in modo definitivo. Alcuni si sono spostati solo temporaneamente, per poi tornare sul posto.

Casi come quello di Qusra si sono moltiplicati negli ultimi mesi in diverse aree della Cisgiordania, spesso con la protezione tacita – o esplicita – delle forze di sicurezza israeliane. I numeri raccontano un fenomeno in forte crescita: nella prima metà del 2026 gli attacchi dei coloni sono aumentati del 63% rispetto allo stesso periodo del 2025, con 660 episodi censiti, 6 palestinesi uccisi e 140 feriti, secondo dati della stessa sicurezza israeliana. Anche l'ONU ha denunciato che la situazione «non fa che peggiorare». Il 6 agosto, a Tuba, nella zona di Masafer Yatta, un pogrom ha bruciato tre case e ferito cinque persone, tra cui tre bambini; nel frattempo proseguono le incursioni militari e nuovi bandi per centinaia di alloggi in colonie considerate illegali dal diritto internazionale.