In Palestina sta nascendo un grande archivio digitale per preservare la memoria culturale e storica del Paese da distruzioni, furti e cancellazioni. Il progetto, promosso dal Palestinian Museum in Cisgiordania, utilizza un sistema di archiviazione distribuito pensato per sopravvivere anche alla perdita delle strutture fisiche causata dai bombardamenti israeliani.

Sono già oltre 500.000 i materiali digitalizzati: fotografie, documenti, lettere, mappe, registrazioni e archivi privati donati dalle famiglie palestinesi. La distruzione o il danneggiamento di numerose istituzioni culturali e archivi fisici negli ultimi anni, nel contesto del genocidio palestinese, ha reso ancora più urgente trovare nuovi strumenti per proteggere questa memoria.

Per questo il museo ha sviluppato un sistema basato su copie multiple e server distribuiti in diverse aree del mondo, così da ridurre il rischio di perdita dei dati. L’obiettivo non è solo conservare, ma rendere la storia palestinese accessibile alla diaspora e a chi non può raggiungere fisicamente i territori. È un modello di “memoria distribuita”, in cui la tecnologia diventa uno strumento per impedire che una parte della storia venga cancellata.

Negli ultimi anni studiosi e organizzazioni hanno denunciato la marginalizzazione di alcuni aspetti della storia palestinese nei programmi scolastici israeliani, in particolare sul tema della Nakba del 1948. In questo contesto, l’archivio assume anche una funzione educativa: preservare testimonianze, fotografie e racconti familiari per le nuove generazioni.

Il tema della memoria torna oggi al centro anche alla luce della situazione a Gaza. Nei giorni scorsi un bombardamento israeliano ha provocato almeno 10 vittime (tra cui una bambina di 9 anni), secondo fonti sanitarie e autorità locali. Sul fronte politico, Marwan Barghouti, storico dirigente di Fatah detenuto in Israele da oltre vent’anni, è stato ferito in carcere: secondo la famiglia e i suoi legali sarebbe stato colpito da una guardia, mentre il servizio carcerario israeliano ha contestato la ricostruzione.

In un contesto in cui luoghi, persone e testimonianze rischiano di essere cancellati, l’archivio del Palestinian Museum diventa quindi uno strumento per custodire una memoria collettiva e garantirne la sopravvivenza nel tempo.