L’accordo Usa-Iran è una vittoria per Teheran
Nella notte Stati Uniti e Iran hanno firmato il memorandum d'intesa che dovrebbe aprire la strada a un accordo di pace più ampio. Il memorandum è composto da 14 punti e stabilisce innanzitutto la cessazione immediata delle operazioni militari tra le parti e l'avvio di un negoziato di 60 giorni per definire un'intesa definitiva. Tra le misure principali ci sono: la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale internazionale; la fine dei blocchi navali e delle restrizioni marittime imposte durante il conflitto; il progressivo ritiro della presenza militare statunitense dalle aree circostanti l'Iran; la riattivazione delle esportazioni energetiche iraniane; lo sblocco di fondi iraniani congelati all'estero; l'avvio di un percorso per la revoca graduale delle sanzioni statunitensi e internazionali.
Il punto economicamente più rilevante riguarda però il sostegno alla ricostruzione dell'Iran. Secondo la bozza resa pubblica, Washington si impegnerebbe infatti a favorire programmi di assistenza e investimenti per circa 300 miliardi di dollari, oltre a concedere nuove licenze finanziarie e commerciali. In cambio, Teheran ribadisce di non voler sviluppare armi nucleari e accetta di continuare a collaborare con l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA).
Il regime iraniano riceve quindi l'alleggerimento delle sanzioni, il ritorno sui mercati energetici, l'accesso a fondi congelati e un percorso di normalizzazione economica internazionale. Dall'altra parte, gli impegni assunti da Teheran vengono giudicati da alcuni analisti meno stringenti rispetto ai benefici ottenuti. Uno dei punti più controversi riguarda il nucleare. L'accordo prevede una riaffermazione dell'impegno iraniano a non sviluppare armi atomiche, ma rinvia molte questioni tecniche ai negoziati successivi. Nelle versioni trapelate del memorandum mancano inoltre riferimenti dettagliati alla sorte delle scorte di uranio arricchito già accumulate dall'Iran, uno degli aspetti che più preoccupano i governi occidentali e Israele.
Anche il programma missilistico iraniano e il sostegno alle milizie alleate nella regione restano sostanzialmente fuori dall'accordo. Questioni che per anni sono state considerate centrali nelle richieste avanzate da Washington e dai suoi alleati. È proprio su questi punti che si concentra l'opposizione israeliana. Per Israele il rischio è che la Repubblica islamica ottenga risorse economiche e legittimazione internazionale senza rinunciare realmente agli strumenti che negli ultimi anni hanno alimentato la sua influenza regionale.
Tra i punti più delicati c'è anche l'estensione del cessate il fuoco al fronte libanese. Il testo prevede infatti la sospensione delle operazioni militari non solo tra Stati Uniti e Iran, ma anche una più ampia de-escalation regionale che coinvolga il Libano e le aree interessate dagli scontri indiretti tra Israele e le forze sostenute da Teheran. È un passaggio che a Tel Aviv viene guardato con particolare diffidenza. Negli ultimi mesi Israele ha più volte rivendicato il diritto di intervenire militarmente contro Hezbollah, considerato una delle principali minacce alla propria sicurezza nazionale e il più importante alleato regionale dell'Iran.
Secondo diverse ricostruzioni, Benjamin Netanyahu avrebbe già fatto sapere agli interlocutori statunitensi di non considerarsi vincolato da eventuali limitazioni operative contro Hezbollah. La tensione tra Trump e Netanyahu era emersa già nei giorni precedenti alla firma. Il presidente statunitense aveva dichiarato che il premier israeliano avrebbe dovuto accettare l'accordo, rivendicando la piena gestione del dossier iraniano. Secondo Axios, a Tel Aviv il memorandum viene percepito come una sconfitta politica e strategica: Netanyahu aveva sostenuto la necessità di mantenere la pressione su Teheran, mentre la Casa Bianca ha scelto la strada della de-escalation e del compromesso.