In India la Gen Z ha fondato il “Partito degli Scarafaggi”
Durante un’udienza in tribunale, un giudice della Corte Suprema indiana, Surya Kant, parlando delle proteste e dello sfogo dei giovani sulle piattaforme digitali, ha definito chi si rivolge ai social, all'attivismo o al giornalismo d'assalto come dei «parassiti della società», paragonandoli a degli «scarafaggi» che, non trovando lavoro, iniziano ad attaccare il sistema. Per milioni di giovani indiani, già stremati dalla mancanza di opportunità e dagli scandali legati ai test d’ingresso universitari, l'insulto è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Abhijeet Dipke, uno studente indiano alla Boston University, ha lanciato una provocazione su X: «E se tutti gli scarafaggi si unissero?». In pochissimi giorni, quell'idea si è trasformata nel Cockroach Janta Party (CJP), il Partito degli Scarafaggi. Il nome è una parodia diretta del Bharatiya Janata Party (BJP), il partito nazionalista del Premier Narendra Modi. I social sono stati invasi da meme, video rap e immagini IA di scarafaggi antropomorfi. In circa una settimana, l’account Instagram del CJP ha superato i 21 milioni di follower, più del doppio di quelli del partito di Modi (fermo a 9,2 milioni).
Ma il CJP ha smesso di essere solo un meme. Il movimento ha appena lanciato la sua prima campagna di attivismo sul territorio: #LifeOfACockroach (“La vita di uno scarafaggio”). Il movimento sta chiedendo a milioni di ragazzi di usare i propri smartphone per mappare e denunciare i fallimenti dello Stato: buche profonde, spazzatura abbandonata, ospedali e scuole pubbliche fatiscenti, fino ai casi di corruzione. Usando foto geolocalizzate, il CJP sfrutterà i suoi milioni di follower per fare pressione mediatica e costringere i politici locali a risponderne. «La differenza tra un trend e un movimento è la partecipazione», dicono.
Il CJP si definisce una formazione satirica nata «per le persone che il sistema ha dimenticato di contare». I requisiti ironici per tesserarsi sono lo specchio di un disagio generazionale profondo: bisogna essere disoccupati, cronicamente online, pigri e capaci di lamentarsi a livello professionale. Secondo i dati della Azim Premji University, in India quasi il 40% dei giovani tra i 15 e i 25 anni è disoccupato. Parliamo di una generazione iper-connessa, che ha studiato e ottenuto titoli accademici, ma che si ritrova esclusa dal mercato. Nelle ultime settimane sono emersi scandali legati ai test d’ingresso universitari a livello nazionale. Le polemiche, scaturite da accuse di brogli, fughe di notizie sulle tracce d'esame e compravendita delle risposte nei concorsi pubblici e di ammissione alle facoltà di medicina e ingegneria, hanno minato la credibilità del sistema educativo.
Il sito web del Cockroach Janta Party è stato oscurato dal governo e il fondatore, Abhijeet Dipke, ha denunciato di aver ricevuto pesanti minacce online rivolte anche alla sua famiglia. Esponenti del partito di governo e account della destra nazionalista hanno accusato il movimento di essere guidato da bot provenienti dal Pakistan, sostenendo che Dipke fosse legato all'intelligence pakistana. Accuse smentite dai dati (il 94,7% dei follower è indiano) e smontate dai principali siti di fact-checking indipendenti come Alt News.
Quello che sta accadendo in India non è un caso isolato, ma si inserisce in un’ondata di rivolte guidate dalla Gen Z in tutta l'Asia meridionale (dal Nepal allo Sri Lanka, fino al Bangladesh). I giovani indiani sanno che scendere fisicamente in piazza a protestare oggi comporta rischi enormi, tra repressione e arresti. Per questo motivo, lo spazio digitale è un luogo sicuro dove aggregarsi, esprimere il dissenso e rivendicare i propri diritti.