Le telefonate arrivano pochi istanti prima del missile. Una voce che parla arabo con accento israeliano, una domanda secca: morire da solo o insieme ai propri familiari. È uno degli elementi inquietanti emersi dall’inchiesta del Los Angeles Times firmata da Nabih Bulos e riportata in Italia da Il Post, che ricostruisce il funzionamento del sistema di intelligence e targeting usato da Israele contro Hezbollah in Libano, alimentato da strumenti di sorveglianza e algoritmi di intelligenza artificiale.

Il quotidiano americano racconta il caso di Ahmad Turmus, 62 anni, ucciso il 16 febbraio nel sud del Libano dopo una telefonata ricevuta dall’esercito israeliano. Secondo la ricostruzione del giornale, l’uomo si trovava nella casa di famiglia nel villaggio di Talloosah quando fu contattato da un ufficiale israeliano. «Ahmad, vuoi morire con chi ti sta intorno o da solo?», avrebbe chiesto la voce al telefono. Turmus, riferiscono i familiari citati dal Los Angeles Times, avrebbe risposto con una sola parola: «Da solo».

Pochi minuti dopo, uscito di casa e salito in auto, è stato colpito da due missili. Secondo l’inchiesta, il caso – a cui sarebbero seguiti altri simili –  dimostra il livello di penetrazione raggiunto dall’intelligence israeliana all’interno del Libano e delle reti legate a Hezbollah. Dopo gli attacchi del settembre 2024, quando esplosivi nascosti nei cercapersone utilizzati da membri del movimento sciita furono fatti detonare a distanza, Israele avrebbe ulteriormente rafforzato un sistema capace di combinare dati provenienti da smartphone, telecamere di sicurezza, reti Wi-Fi, droni, database governativi e social network.

L’obiettivo sarebbe costruire profili di rischio attraverso algoritmi in grado di analizzare movimenti, contatti, spostamenti e comportamenti considerati sospetti. Turmus, spiega il giornale americano, era un ex combattente di Hezbollah che negli ultimi anni svolgeva un ruolo di collegamento tra il movimento e gli abitanti del villaggio di Talloosah, a pochi chilometri dal confine israeliano. Israele lo ha accusato di occuparsi di «questioni militari e finanziarie» per la ricostruzione delle infrastrutture del gruppo.

Secondo la ricostruzione del quotidiano americano, Turmus aveva smesso di adottare particolari precauzioni. «Gli israeliani mi conoscono già, quindi che differenza fa?», avrebbe detto ai familiari. Il giorno dell’attacco aveva lasciato spento il telefono durante una riunione municipale in un villaggio vicino. La chiamata israeliana sarebbe arrivata poco dopo la riaccensione dello smartphone, una volta rientrato a casa. Ai parenti che lo imploravano di fuggire o travestirsi, Turmus avrebbe risposto: «Conoscono il mio volto. Non possiamo fare nulla contro questo».

L’inchiesta firmata da Nabih Bulos per il Los Angeles Times cita un esperto di intelligenza artificiale che ha collaborato con aziende della difesa israeliana e che descrive il sistema come «una gigantesca pipeline di dati»: metadati telefonici, geolocalizzazione, cambi di scheda Sim, utilizzo delle applicazioni, attività sui social media e, in alcuni casi, perfino dati bancari o sistemi di riconoscimento facciale. «Il sistema esegue in pochi secondi un processo che in passato avrebbe richiesto settimane e centinaia di investigatori», afferma nell’articolo il responsabile del Centro per l’intelligenza artificiale dell’esercito israeliano, identificato solo come colonnello Yoav.

Ma proprio l’automazione del processo, osservano gli esperti interpellati dal Los Angeles Times, rischia di produrre errori gravi. «Crea un’illusione di certezza», sostiene uno degli specialisti citati. «Trasforma correlazioni in azioni senza avere sempre il contesto». L’articolo sottolinea inoltre che sistemi di questo tipo tendono a considerare indicatori di rischio anche attività quotidiane e relazioni personali. «Parenti o persone che si occupano di propaganda o finanze non sono combattenti, ma la macchina li riconosce come tali perché hanno modelli di comunicazione simili», spiega Vasji Badalic, docente dell’Istituto di criminologia in Slovenia.

Il conflitto tra Israele ed Hezbollah dura da più di 40 anni, ma dopo l’attacco congiunto israelo-statunitense all’Iran ha conosciuto una nuova escalation. Dopo mesi di tensioni lungo il confine sud, gli scontri hanno trasformato intere aree del paese in zone di guerra attiva. I bombardamenti si intensificano, colpendo infrastrutture, città e civili, mentre migliaia di persone sono costrette a lasciare le proprie case. Nelle scorse settimane siamo stati nel Paese dei Cedri per documentare la situazione: il nostro reportage “Gli occhi della resistenza. Viaggio nel Libano sotto attacco israeliano” è disponibile qui.