Il 1 maggio decine di migliaia di persone hanno marciato in corteo davanti all’ambasciata statunitense a L’Avana per la giornata dei lavoratori. La manifestazione, promossa dal Governo cubano, chiedeva la fine dell’embargo statunitense che sta mettendo a dura prova l’isola da quando è stato deposto Maduro e conseguentemente gli USA hanno bloccato le esportazioni di petrolio venezuelano verso Cuba. Nelle stesse ore il Presidente Trump ha imposto nuove sanzioni contro l’isola. 

 

Le misure colpiscono «entità, individui o soggetti affiliati che sostengono l’apparato di sicurezza del regime cubano, che sono complici nella corruzione governativa o in gravi violazioni dei diritti umani, oppure che sono agenti, funzionari o sostenitori materiali del governo cubano», si legge in una nota della Casa Bianca. Sono state inasprite anche le sanzioni verso i governi e le aziende estere che mantengono rapporti con Cuba in settori strategici. Aziende del settore petrolifero e del gas, dell’estrazione mineraria e le banche che fino ad oggi sono riuscite a collaborare con l’isola nonostante l’embargo dovranno scontrarsi con maggiori difficoltà. 

 

Il Governo de L’Avana ha condannato l’azione americana parlando di «punizione collettiva» in violazione delle norme internazionali. Contestualmente Trump ha rinnovano le minacce di un’azione militare. Durante un intervento in Florida il Presidente statunitense ha lasciato intendere che gli USA vogliono un cambio di regime, e che sono pronti a intervenire non appena sarà conclusa la guerra in Iran.

 

«Sulla via del ritorno dall’Iran, avremo una delle nostre grandi [navi] — forse la USS Abraham Lincoln, la più grande al mondo — la faremo arrivare, fermare a circa 90 metri dalla costa e [i cubani] diranno: ‘Grazie mille. Ci arrendiamo», ha detto, spiegando che gli Stati Uniti sarebbero pronti a prendere il controllo dell’isola «quasi immediatamente».