A Malta le attiviste nascondono le pillole abortive nelle cassette dei b&b
Alcune attiviste per i diritti riproduttivi hanno avviato a Malta una campagna che prevede l’installazione di cassette di sicurezza contenenti pillole abortive in diversi punti dell’isola, con l’obiettivo di attirare l’attenzione sul divieto quasi totale di aborto vigente nel Paese.
Le scatole, quindici in tutto e di colore nero, sono state collocate in varie località e intendono offrire un supporto concreto alle donne che si trovano a fare i conti con la normativa più restrittiva dell’Unione europea in materia. Chi è incinta da meno di nove settimane e desidera interrompere la gravidanza può contattare le attiviste via email per ricevere indicazioni su posizione e codici di accesso.
Nei primi otto giorni dall’avvio dell’iniziativa, 16 donne hanno preso contatto, un dato che, secondo Rebecca Gomperts di Women on Waves, suggerisce l’esistenza di una domanda non soddisfatta nel Paese. La campagna si scontra apertamente con la legislazione maltese, che consente l’aborto solo quando la vita o la salute della donna sono in pericolo. L’iniziativa ha acceso il dibattito pubblico e un gruppo contrario all’aborto ha annunciato ai media locali l’intenzione di chiedere un’indagine alle autorità.
Le rigide norme maltesi erano finite al centro dell’attenzione internazionale nel 2022, quando una cittadina statunitense, in vacanza sull’isola, subì un aborto spontaneo incompleto. I medici si rifiutarono di intervenire per interrompere la gravidanza, citando la legge allora in vigore che vietava l’aborto in ogni circostanza. La donna fu poi trasferita in Spagna, dove poté ricevere le cure necessarie.
Il caso spinse il Parlamento maltese a modificare parzialmente la normativa: nel 2023 è stata introdotta la possibilità di interrompere la gravidanza quando la vita della madre è in pericolo, previo consenso di tre medici e dopo aver escluso ogni altra opzione terapeutica. L’aborto resta tuttavia illegale in tutte le altre circostanze, inclusi stupro, incesto e gravi malformazioni fetali, rendendo Malta un’eccezione in Europa occidentale.
Alcune donne scelgono di recarsi all’estero, sostenendo costi di migliaia di euro per accedere alla procedura in cliniche europee. I rischi legali restano però elevati: il mese scorso una donna è stata condannata con pena sospesa per aver interrotto autonomamente la gravidanza utilizzando farmaci. Sebbene l’ultimo caso noto di incarcerazione per aborto risalga agli anni Ottanta, Stabile ha sottolineato che si tratta del terzo episodio in cui una donna è stata segnalata dai medici. A complicare ulteriormente il quadro, secondo Stabile, contribuiscono la scarsa educazione sessuale nelle scuole e l’accesso limitato ai contraccettivi gratuiti. “Stiamo rendendo estremamente difficile per le donne proteggersi e allo stesso tempo diciamo: ‘Se resti incinta, è la volontà di Dio’. Non ha molto senso”.