La sparatoria avvenuta nel fine settimana durante il gala dei corrispondenti alla Casa Bianca, a Washington, è diventata in poche ore il centro di una narrazione alternativa che, sui social, viene sintetizzata in una parola: “staged”, “messa in scena”. Secondo questa lettura – ovviamente priva di riscontri ufficiali – l’attentato contro il presidente Donald Trump sarebbe stato orchestrato o quantomeno sfruttato a fini politici. A rilanciare dubbi e sospetti sono stati video, testimonianze parziali e frammenti di dichiarazioni rapidamente diventati virali.

Tra questi, un passaggio televisivo della portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, che poche ore prima dell’evento, intervistata da Fox, aveva detto sorridendo: «Il discorso di stasera sarà il classico Donald Trump. Si spareranno alcuni colpi». Un’espressione idiomatica – nel senso di “attacchi verbali” – che online è stata reinterpretata in chiave letterale.
 Questo clima si innesta su un precedente ancora al centro del dibattito. L’attentato del 2024 a Butler, in Pennsylvania, durante la campagna elettorale, è tornato infatti oggetto di nuove speculazioni proprio all’interno del mondo MAGA. In quell’occasione Trump rimase ferito a un orecchio mentre un suo sostenitore fu ucciso; l’attentatore, Thomas Matthew Crooks, venne neutralizzato dagli agenti.

A distanza di tempo, una parte della base ha ripreso a mettere in discussione dinamica e conseguenze di quell’episodio, ritenuto decisivo per la vittoria del presidente. Tra le voci più rilevanti, quella dell’ex deputata Marjorie Taylor Greene, che ha chiesto la desecretazione dei documenti e un chiarimento ufficiale: «Il presidente Trump dovrebbe fare chiarezza», ha scritto. Si concentra sull’episodio più recente, la nuova ondata di teorie del complotto che attraversa l’elettorato conservatore americano. In rete circolano immagini dell’attentatore che si muove armato all’interno dell’hotel dove si è verificata la sparatoria, mentre alcuni utenti si chiedono come sia riuscito ad avvicinarsi all’area protetta senza essere neutralizzato prima. Altri puntano l’attenzione sul fatto che l’uomo sia stato fermato ma non ucciso, elemento ritenuto da alcuni “anomalo” rispetto ai protocolli.

In un’intervista alla Cbs, Trump ha attribuito alle marce di protesta  “No Kings” la responsabilità politica dell’attentato. «Il motivo per cui esistono persone così – ha detto riferendosi all’attentatore,  Cole Tomas Allen – è che ci sono movimenti come ‘No Kings’. Io non sono un re. Se lo fossi, non starei qui a parlare con voi», ha detto prima di attaccare la giornalista: «Non sono né uno stupratore né un pedofilo, come invece sostiene il mio aggressore. Sei una persona orribile per aver letto queste parole, dovresti vergognarti». Nel flusso di contenuti che si moltiplicano online compaiono anche episodi e dettagli isolati – reazioni considerate “incongrue”, testimonianze interrotte, frame video – utilizzati per costruire una narrazione più ampia, in cui l’attentato viene descritto come parte di una strategia. Una lettura che ha trovato eco anche all’estero, contribuendo ad amplificarne la portata.

Il risultato è una frattura inedita: le teorie del complotto, tradizionalmente respinte dal campo trumpiano quando rivolte contro il leader, si stanno ora diffondendo anche tra i suoi sostenitori. Un fenomeno che pone la Casa Bianca davanti a un equilibrio delicato: intervenire rischia di legittimare accuse senza prove, tacere può alimentare ulteriormente dubbi e divisioni.