Mentre in molte aree del mondo cresce la preoccupazione per l’aumento delle bollette energetiche, in Svezia una parte consistente della popolazione è meno esposta a questi rincari. In particolare, chi vive in appartamenti in affitto può contare su un sistema diffuso di lavanderie condominiali che contribuisce a ridurre i consumi domestici e i costi individuali.

Si tratta delle cosiddette tvättstugor, spazi condivisi all’interno degli edifici dotati di lavatrici, asciugatrici e ambienti per l’asciugatura. L’uso di queste strutture, così come quello dell’acqua e del riscaldamento, è generalmente incluso nel canone di affitto. Questo modello fa sì che le spese legate al lavaggio dei vestiti non ricadano direttamente sui singoli nuclei familiari.

L’origine di questo sistema risale al secondo dopoguerra, quando il governo avviò un vasto programma di edilizia residenziale per migliorare le condizioni abitative e rendere più accessibili i servizi essenziali. Nei nuovi complessi abitativi degli anni Sessanta e Settanta, le lavanderie comuni vennero integrate come parte dell’infrastruttura di base, insieme al riscaldamento centralizzato e all’acqua corrente. L’obiettivo era innalzare gli standard di vita attraverso servizi condivisi.

Oggi circa il 51% delle abitazioni svedesi si trova in edifici di questo tipo, per un totale di circa 2,3 milioni di case. Secondo un’indagine del 2020, oltre la metà degli inquilini – circa il 53% – ha accesso a una tvättstuga. Oltre agli aspetti pratici, questi spazi svolgono anche una funzione sociale. Le tvättstugor diventano luoghi di incontro tra vicini, con bacheche di quartiere, scambi informali e momenti di interazione quotidiana. Allo stesso tempo, la gestione condivisa comporta regole e negoziazioni tra residenti, offrendo occasioni concrete di convivenza e collaborazione.

Nonostante i benefici, le lavanderie comuni stanno progressivamente scomparendo dai nuovi progetti edilizi, dove si tende a privilegiare soluzioni individuali. Una scelta che, secondo diversi osservatori, rischia di indebolire un modello collettivo capace di ridurre consumi, contenere i costi e promuovere forme di condivisione. Nel Paese scandinavo circa un terzo dei consumi di acqua ed energia avviene in ambito domestico, e una quota rilevante è legata proprio alle attività di pulizia. In questo contesto, le lavanderie condivise rappresentano una soluzione consolidata, che consente di ottimizzare l’uso delle risorse. Un sistema che di recente è stato raccontato anche da The Conversation.

Dal punto di vista ambientale, il sistema consente di ridurre il numero complessivo di elettrodomestici in circolazione. Poche macchine semi-industriali, progettate per durare e sottoposte a manutenzione regolare, possono servire decine di famiglie, limitando sia il consumo di materiali sia la produzione futura di rifiuti. Anche l’organizzazione dei lavaggi cambia: l’accesso tramite prenotazione spinge a concentrare i carichi e a utilizzare le macchine in modo più efficiente.

Le lavanderie condivise facilitano inoltre l’aggiornamento tecnologico. Sostituire o migliorare un numero limitato di apparecchi in uno spazio comune è più semplice rispetto a intervenire su centinaia di abitazioni private, permettendo una diffusione più rapida di soluzioni efficienti dal punto di vista energetico.

In un contesto segnato dall’aumento dei prezzi dell’energia e dalle sfide ambientali, l’esperienza svedese mostra come infrastrutture collettive possano contribuire a una gestione più sostenibile delle risorse, distribuendo i costi e incentivando comportamenti più efficienti.