«L'Iran non era una minaccia: la guerra è nata da pressioni israeliane»
Il capo del Centro nazionale antiterrorismo statunitense, Joe Kent, ha rassegnato le sue dimissioni in aperta polemica con la linea della Casa Bianca sulla guerra in Iran. In una nota diffusa sui social, Kent afferma di non poter «in buona coscienza sostenere» il conflitto, sostenendo che Teheran «non rappresentava una minaccia imminente» e attribuendo l’avvio delle ostilità anche a pressioni israeliane. Si tratta della prima uscita di rilievo dall’amministrazione guidata da Donald Trump dall’inizio della crisi.
Nel dettaglio, nella lettera di dimissioni indirizzata al presidente, Kent - ex consigliere della direttrice dell’Intelligence nazionale Tulsi Gabbard - denuncia la «campagna di disinformazione» che avrebbe spinto Washington verso il conflitto, evocando parallelismi con le dinamiche che portarono alla guerra in Iraq del 2003 sotto George W. Bush. La portavoce Karoline Leavitt respinge le accuse parlando di «affermazioni false» e ribadendo che esistevano «prove solide» di una minaccia iraniana. Dallo Studio Ovale, lo stesso Trump definisce Kent «una brava persona» ma «debole sulla sicurezza», aggiungendo di ritenere positiva la sua uscita.
Le dimissioni aprono una crepa nel fronte politico vicino al presidente, con parte della base conservatrice critica verso il coinvolgimento nel conflitto. Sul terreno, la guerra prosegue con escalation su più fronti. Nella notte, secondo fonti israeliane, è stato ucciso il ministro dell’Intelligence iraniano Esmaeil Khatib. Attacchi si registrano anche a Baghdad, dove è stata colpita l’ambasciata americana, in Libano e a Tel Aviv, mentre il contingente italiano in Iraq è stato ridimensionato per motivi di sicurezza.
In questo contesto, osserva il giornalista Paolo Pagliaro nel suo punto, il pianeta non ha mai investito così tanto nella guerra: la spesa media è arrivata a 334 dollari a persona. Le nove potenze nucleari dispongono complessivamente di 12.240 testate, di cui 3.900 già schierate su vettori operativi. La Russia guida con 5.459 ordigni, seguita dagli Stati Uniti; quindi la Cina con 600, la Francia con 370 e il Regno Unito con 225. Più indietro India (180), Pakistan (170), Israele (90) e Corea del Nord (50). Pechino è il paese con la crescita più rapida, avendo ampliato il proprio arsenale da 500 a 600 testate in un anno. Nel frattempo Washington sta aggiornando le bombe B61 dispiegate anche in Europa, aumentandone la precisione. Un quadro che, secondo Pagliaro, segnala la fine della stagione di riduzione degli arsenali e mette in discussione la tradizionale logica della deterrenza basata sull’equilibrio del terrore.