Ieri la Camera dei deputati ha approvato la risoluzione della maggioranza di centrodestra sulla crisi in Medio Oriente scoppiata dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Le risoluzioni parlamentari non sono formalmente vincolanti, ma indicano la linea politica che il governo è chiamato a seguire.  Il documento definisce tre punti: il rafforzamento della presenza militare nell’area del Golfo, il sostegno alla difesa europea da eventuali attacchi iraniani e la conferma dell’utilizzo delle basi statunitensi presenti in Italia.

La risoluzione impegna il governo a dispiegare sistemi di difesa aerea «a protezione dei cittadini italiani, a supporto dei Paesi partner dell’area del Golfo e per la salvaguardia delle infrastrutture strategiche». Tra le motivazioni c’è anche la «necessità di contrastare una crisi energetica per i cittadini e le imprese italiane». Come possa l’intensificarsi di un conflitto contribuire alla stabilità energetica resta una questione aperta.

L’Italia si impegna a partecipare «allo sforzo comune in ambito Unione europea per sostenere, in caso di richiesta, Stati membri UE nella difesa del proprio territorio da attacchi missilistici o via droni da parte iraniana». Qui il riferimento è all’attacco alla base britannica a Cipro. Un episodio che ha fatto temere un possibile allargamento del conflitto anche in Europa.

Il terzo punto è forse il più delicato: la conferma della disponibilità italiana all’utilizzo delle basi militari presenti nel Paese da parte degli Stati Uniti. Una scelta che espone l’Italia alle dinamiche del conflitto e ribadisce che il nostro Paese offre appoggio a chi, per stessa ammissione del ministro della Difesa Crosetto, ha agito «al di fuori delle regole del diritto internazionale»

Rispondendo alle proteste delle opposizioni in Parlamento, il ministro della Difesa ha spiegato che si tratta di un conflitto «partito all’insaputa del mondo», «che non abbiamo voluto» e che ora l’Italia si trova a gestire nelle sue conseguenze. La premier Giorgia Meloni, intervenuta invece in un’intervista radiofonica, ha ribadito che «non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra». Tuttavia le scelte contenute nella risoluzione approvata dalla Camera rischiano di collocare l’Italia sempre più vicino alle dinamiche del conflitto.

Nel frattempo, in Europa non tutti i governi hanno scelto la stessa linea. Non tutti hanno deciso di stare dalla parte di chi tratta il mondo come un cortile di casa, bombardando all’insaputa della comunità internazionale, violando il diritto internazionale e arrivando a colpire, durante i bombardamenti, anche infrastrutture civili come una scuola elementare femminile a Minab, nel sud dell’Iran, dove secondo le prime ricostruzioni sarebbero morte 165 persone, in gran parte bambine.

In un discorso pronunciato alcuni giorni fa, il premier spagnolo Pedro Sánchez si è opposto all’aggressione congiunta Usa-Israele in Iran e all’escalation militare: «La posizione del governo spagnolo è la stessa che abbiamo avuto in Ucraina o a Gaza: no alla violazione del diritto internazionale che ci protegge tutti, specie i più indifesi; no all’idea che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo a base di conflitti e bombe; no a ripetere gli errori del passato».

Difendere la legalità internazionale, ha aggiunto il premier spagnolo, non significa sostenere il regime iraniano: «La domanda non è se siamo a favore degli ayatollah. (…) La vera domanda è se siamo dalla parte del diritto internazionale e della pace».

In questo scenario va ricordato che l’Italia, come gli altri Paesi dell’Alleanza Atlantica, è vincolata anche dagli impegni della NATO: l’articolo 5 del trattato stabilisce infatti che un attacco armato contro uno Stato membro è considerato un attacco contro tutti, impegnando gli alleati a intervenire a sostegno del Paese colpito.