Metà della popolazione iraniana ha meno di 35 anni. Vivono in grandi città, solo Teheran ha 10 milioni di abitanti. E la sera hanno voglia di divertirsi. Nonostante i divieti imposti dal regime le nuove generazioni escono la sera, ballano, assumono sostanze e alcol di contrabbando, vietati in Iran. La rivoluzione culturale è già in atto, quella politica è in stallo. Camminando la sera per le strade di Teheran si incrociano le folle della movida. I giovani vestono all’occidentale. Non mancano tattoo, mullet, occhiali veloci e jeans strappati. 

Dopo le proteste per la morte di Masha Amini nel 2022 la GenZ iraniana non porta più il velo, considerato il simbolo dell’oppressione politica e religiosa della Repubblica Islamica.
Il modo più comune per divertirsi in Iran è fare delle feste in casa, ci racconta la giornalista Cecilia Sala, che conosce e racconta da anni le trasformazioni sociali del Paese. Nella periferia di Teheran quasi tutti hanno una casa con giardino in cui poter ballare. L’alcol è illegale, così il vino viene prodotto illegalmente in casa. Una prassi comune, ma che può costare la vita.
«La magistratura islamica ha l’ossessione per le confessioni. Ti tortura pur di farti confessare. Ma per l’impiccagione nella maggior parte dei casi devi confessare di aver commesso un crimine di sangue», spiega Sala.

«Il regime accosta la produzione di vino in casa a quella di “veleno” che può intossicare – continua – In questo modo un dissidente rischia la pena di morte solo per aver prodotto del vino da bere durante una festa. E questo è diventato uno dei tratti più comuni della repressione nel Paese». Dato che l’alcol è illegale il paradosso è che in Iran è più facile avere accesso a sostanze da utilizzare a scopo ricreativo. Metanfetamine, cocaina, eroina e droghe sintetiche sono sostanze abbastanza comuni, tanto che in diversi casi portano a stati gravi di dipendenza e abuso. A questo si aggiunge un utilizzo diffuso di psicofarmaci per sostenere la salute mentale sotto un regime repressivo. Le feste più grandi avvengono in casolari abbandonati, esattamente come i free party in Italia, racconta Sala. Poi ci sono i rave nel deserto. 

In un Paese grande cinque volte la Germania ma con una popolazione non troppo più grande di quella tedesca (90 milioni) l’Iran è pieno di territori incontaminati e disabitati in cui ballare.
«Ci si arriva con i fuoristrada per fare i rave con un’ottantina di partecipanti al massimo», sottolinea Sala. La discrezione è fondamentale, con troppe persone c’è il rischio di venire scoperti. Nel Sud dell’Iran ci sono anche delle isole disabitate in cui gruppi di amici si ritrovano con le casse, per fare feste anche di tre giorni dormendo in tenda. 

Alcuni locali poi, dopo chiusura, ospitano festini techno ma anche concerti di band locali. In queste occasioni si esibiscono anche le donne, a cui il regime vieta di cantare. Per legge possono solo fare le coriste. Sono feste, quelle nel deserto come quelle in locali e casolari abbandonati, simili a quelle europee. I dj suonano i generi e sottogeneri tipici del mondo rave e clubbing, si ascoltano produzioni locali, ma anche occidentali, russe e ucraine. I giovani iraniani ballano al ritmo che scuote ogni weekend Milano, Berlino, Londra, Kyiv e Parigi. 

La rivoluzione culturale è già in atto. «Non puoi arrestare milioni persone solo perché vogliono godersi la vita», sintetizza Sala. Il cambiamento inizia qui.