La Spagna non parteciperà al Board of Peace annunciato dal presidente statunitense Donald Trump a Davos. A confermarlo è stato il premier Pedro Sánchez, che ha motivato la decisione come una scelta di coerenza politica e di adesione ai principi del multilateralismo e del diritto internazionale.

«La Spagna non parteciperà al Board of Peace», ha dichiarato Sánchez, spiegando che la decisione è maturata «fondamentalmente per coerenza, per una politica coerente che il governo spagnolo ha portato avanti quando si parla del futuro del popolo palestinese». Una posizione, ha aggiunto, assunta «in coerenza e coesione con il nostro impegno nei confronti dell’ordine multilaterale, del sistema delle Nazioni Unite e del diritto internazionale».

Il premier spagnolo ha ribadito che «il futuro di Gaza e della Cisgiordania, il futuro della Palestina nel suo complesso deve essere deciso dai palestinesi». Il rifiuto spagnolo arriva mentre l’amministrazione Trump tenta di consolidare il sostegno internazionale al Board of Peace, un nuovo organismo che, nelle intenzioni della Casa Bianca, dovrebbe occuparsi della gestione e della risoluzione dei conflitti globali. Il progetto è stato presentato ufficialmente durante il World Economic Forum di Davos come estensione del piano statunitense per il cessate il fuoco a Gaza e per la ricostruzione dell’area.

Tuttavia, la bozza dello statuto circolata tra i Paesi invitati non contiene riferimenti espliciti a Gaza e assegna al Board un mandato molto più ampio, definito come promozione di «stabilità, pace e governance» nelle aree colpite o minacciate da conflitti. Un’impostazione che ha alimentato le perplessità di numerosi governi, soprattutto dopo le dichiarazioni di Trump secondo cui il Board «potrebbe» arrivare a sostituire le Nazioni Unite.

Secondo lo statuto, Trump assumerebbe la presidenza del Board of Peace a tempo indeterminato, anche oltre la fine del suo mandato alla Casa Bianca. Il Consiglio esecutivo fondatore includerebbe figure chiave dell’establishment trumpiano e internazionale, tra cui il genero Jared Kushner, il segretario di Stato Marco Rubio e l’ex premier britannico Tony Blair.

Altro punto critico riguarda il meccanismo di adesione. I Paesi entrerebbero per un mandato triennale, mentre l’accesso a un seggio permanente sarebbe subordinato a un contributo di un miliardo di dollari. Washington sostiene che i fondi sarebbero destinati alla ricostruzione di Gaza; per molti osservatori, però, il rischio è quello di una diplomazia selettiva e opaca, basata sulla capacità finanziaria degli Stati.

Finora il Board ha raccolto il sostegno di numerosi Paesi del Medio Oriente, dell’Asia e dell’Europa orientale, tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Turchia, Ungheria e Bielorussia. Israele ha dato il proprio assenso, mentre la Russia ha confermato l’adesione. L’Ucraina ha invece escluso qualsiasi partecipazione che la vedrebbe sedere allo stesso tavolo di Vladimir Putin. In Europa, oltre alla Spagna, anche Francia e Norvegia hanno rifiutato l’invito, sollevando dubbi sulla compatibilità del Board con il ruolo dell’Onu. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di possibili criticità costituzionali e ha annunciato che non parteciperà alla cerimonia di firma. Le Nazioni Unite, dal canto loro, hanno minimizzato l’impatto dell’iniziativa. Il responsabile degli aiuti umanitari Onu ha ribadito che l’organizzazione «non andrà da nessuna parte». 

Secondo quanto illustrato a Davos, l’amministrazione Trump immagina per Gaza un futuro centrato sugli investimenti privati. Il piano, presentato da Jared Kushner, prevede la trasformazione della Striscia in un polo urbano e infrastrutturale affacciato sul Mediterraneo, con torri residenziali, reti energetiche ottimizzate dall’intelligenza artificiale e collegamenti ad alta velocità. La ricostruzione partirebbe da Rafah e sarebbe affidata a un assetto di governance multilivello sotto l’ombrello del Board of Peace, con un ruolo centrale assegnato a investitori, immobiliaristi e consulenti internazionali. II ritiro dell’esercito israeliano avverrebbe solo in una fase successiva e in modo parziale. Un’impostazione che privilegia una visione economica e securitaria del futuro di Gaza, lasciando in secondo piano il nodo politico dell’autodeterminazione palestinese.