Il Rojava ci ha insegnato che cosa vuol dire "democrazia"
Il governo siriano ha annunciato il raggiungimento di un accordo di integrazione che segna la fine dell’esperienza semi-autonoma del Rojava e riporta sotto il controllo di Damasco l’intero Nord-Est della Siria. Il presunto accordo con le Forze Democratiche Siriane (Sdf) a guida curda sarebbe arrivato al termine di un’offensiva militare dell’esercito governativo, conclusasi con la presa delle principali città sull’Eufrate, Raqqa e Deir ez-Zor, aree strategiche per il controllo di giacimenti petroliferi, grano e risorse idriche.
Con il sostegno di Stati Uniti e Turchia, il governo di Damasco assumerebbe il controllo di confini, valichi, pozzi petroliferi, carceri e campi dove sono detenuti circa 20mila sospetti membri dello Stato Islamico. Sul terreno, tuttavia, la situazione resta instabile. Fonti curde riferiscono di avanzate armate delle forze affiliate a Damasco nelle aree di Raqqa, Tabqa, Al-Shaddadi e Ain Issa, nonostante gli annunci di accordo e cessate il fuoco. Secondo il Centro stampa delle Sdf, la prigione di Al-Shaddadi sarebbe caduta nelle mani delle milizie governative dopo violenti scontri, con un bilancio di nove combattenti curdi uccisi e oltre venti feriti.
Nelle città a maggioranza curda, come Qamishile, sono stati allestiti centri di accoglienza per le famiglie in fuga dalle zone dei combattimenti, mentre continuano le manifestazioni a sostegno delle Sdf. Le unità di protezione del popolo (Ypg) e delle donne (Ypj) presidiano le strade in un clima di forte tensione. Dal Rojava arrivano segnali di sfiducia verso i partner internazionali della coalizione: secondo fonti locali, l’incontro tra Sharaa e Abdi del 19 gennaio si sarebbe concluso senza esito, con l’annullamento del cessate il fuoco.
«Damasco sta imponendo la resa», ha dichiarato Fawza Yusuf, dirigente del Pyd e responsabile dei negoziati con il governo siriano. Dal comando generale delle Sdf è arrivato l’appello a unirsi alla resistenza in quella che è stata definita “una giornata di responsabilità storica”. Mobilitazioni a sostegno del Rojava sono state annunciate a Roma (mercoledì 21 gennaio alle ore 18.00) e in numerose città in tutto il mondo, attraverso la rete RiseUp4Rojava.
La svolta segnerebbe la fine di oltre dieci anni di autogoverno e di confederalismo democratico dell’Amministrazione Autonoma del Nord e dell’Est della Siria (AANES), nata durante la guerra contro lo Stato Islamico e sostenuta dalla coalizione internazionale a guida Usa. Una repubblica parlamentare fondata sul pluralismo etno-culturale, ispirata al socialismo libertario, alla parità di genere, al femminismo e ai principi formulati dal leader Abdullah Ocalan. La “lotta al terrorismo” prosegue ora, secondo la narrativa statunitense, con un nuovo partner locale: le forze governative agli ordini di Sharaa, fino a pochi mesi fa considerato un “terrorista” dal Dipartimento di Stato per i suoi trascorsi qaedisti.
In base ai termini dell’accordo, i combattenti delle Sdf verranno assorbiti individualmente nelle unità già esistenti dell’esercito governativo, senza il riconoscimento di formazioni curde autonome. Tra le concessioni ottenute dalle autorità curde, la possibilità di indicare funzionari civili e militari per incarichi centrali e la nomina condivisa del governatore del governatorato di Hasakeh. Restano tuttavia irrisolti nodi cruciali, a partire dal destino delle migliaia di combattenti donne curde, che rischiano l’esclusione da un esercito dominato da una struttura maschilista.
Ieri il comandante delle Sdf, Mazloum Abdi, è arrivato a Damasco per cercare con compromesso con il governo siriano. Abdullah Öcalan, ideologo del confederalismo democratico, ha definito l’escalation «un tentativo di sabotare il processo di pace»