La storia iraniana dell’ultimo secolo è una storia di rivolte e violente repressioni. Ma è il 1979 a essere lo spartiacque cruciale: è l’anno della nascita della Repubblica Islamica, che da quasi cinquant’anni controlla il Paese e le vite delle persone che lo abitano.

Secondo Massimo Campanini, che è stato uno studioso e professore di Storia dei paesi islamici all’Università di Trento, all’epoca della cosiddetta rivoluzione islamica «l’Iran aveva una solida tradizione di opposizione di tradizione laica». «Evidentemente però la secolarizzazione voluta dallo scià Muhammad Reza non aveva eroso l’involucro islamico della cultura popolare iraniana».

Per capire come si è arrivati alla nascita della Repubblica Islamica bisogna tornare almeno all’inizio degli anni Cinquanta, in piena Guerra Fredda. In quel periodo, i nazionalisti iraniani, guidati da Mohammed Mossadegh, riuscirono a far votare al parlamento la nazionalizzazione dell’Anglo-Persian Oil Company, compagnia petrolifera e strumento di influenza inglese nel Paese. All’epoca, l’Iran era guidato dallo scià Mohammed Reza Pahlavi.

Temendo che l’Iran potesse finire sotto l’influenza russa, la CIA e i servizi segreti britannici, grazie al sostegno indiretto dello scià, organizzarono a Teheran un’imponente manifestazione che porterà all’arresto di Mossadegh. Inizierà una violenta repressione da parte dello scià nei confronti degli oppositori. Pahlavi procederà anche a nuovi accordi con l’Occidente per lo sfruttamento delle risorse petrolifere, assicurando forti introiti sia alle compagnie straniere che al regime, che li userà per irrobustire l’esercito.

Il regime autoritario dello scià, sempre più legato agli Stati Uniti, avviò un processo di occidentalizzazione e modernizzazione del Paese, la cosiddetta rivoluzione bianca. Questa transizione, dai metodi anche violenti, porterà anche all’aumento delle disuguaglianze all’interno della popolazione: da un lato una ristretta cerchia di miliardari, dall’altro masse sempre più povere.

Il regime dello scià, attraverso la temuta e ben ramificata polizia politica SAVAK, reprimerà ogni forma di dissenso anche attraverso torture e omicidi. Il potere dello scià era pressoché assoluto e dalla forte vocazione militarista, tanto che nei primi anni Settanta l’Iran era considerato il «gendarme» degli Stati Uniti nell’area.

Nei fatti, una grande fetta della popolazione iraniana, che andava dalla sinistra radicale ai democratici, fino ai conservatori religiosi, si opponeva alle politiche dello scià. In seguito a una grave crisi economica, che colpirà l’Iran del 1976, le proteste contro il regime dello scià divennero sempre più frequenti e organizzate e segnate da un’ampia partecipazione giovanile.

È proprio in questo periodo che un esponente religioso, appartenente al clero sciita, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, che aveva in passato denunciato il servilismo del regime dello scià nei confronti degli Usa, cominciò a incitare il popolo iraniano alla rivolta dall’esilio a cui era stato costretto. Anche se lontano dal Paese, riuscì a far sentire la sua voce, che si diffondeva grazie alle audiocassette registrate e che gli permisero di raggiungere più persone di quanto avrebbe potuto fare in una moschea.

A scendere nelle piazze furono la piccola e media borghesia e gli studenti, che si unirono agli esponenti religiosi. Le proteste costringeranno lo scià all’esilio, mentre Khomeini farà ritorno nel Paese nel febbraio del 1979. Quando gli Usa concederanno allo scià, che era malato di cancro, la possibilità di curarsi a New York, i giovani sostenitori di Khomeini assalteranno per tutta risposta l’ambasciata statunitense di Teheran. È la fine dell’Iran come «gendarme» degli Usa.

Nel marzo dello stesso anno, gli iraniani voteranno con un referendum per la fine della monarchia e la nascita della Repubblica Islamica. Nasce l’Iran così come lo abbiamo conosciuto fino a oggi.

Khomeini era ostile ai processi di modernizzazione e laicizzazione della società, ritenuti in aperto contrasto con il senso religioso di gran parte della popolazione. Si era opposto anche alla concessione del diritto di voto alle donne voluto dallo scià, visto come un «tentativo di corrompere le nostre caste donne», e alla possibilità di votare e di essere eletti anche per i non musulmani. Ma saranno soprattutto le sue critiche all’ingerenza statunitense nel Paese che lo renderanno popolare tra liberali, nazionalisti e ceti istruiti.

La promessa “rivoluzionaria” del regime degli ayatollah, che userà repressione, terrore e violenza contro ogni voce di dissenso, si scontrerà però con gravi difficoltà economiche, disprezzo dei diritti umani e peggioramento delle condizioni di vita delle persone. Una storia che accompagna l’Iran fino a oggi, come testimoniano le piazze delle ultime settimane.