Amir Ali Haydari è stato ammazzato dalle forze del regime iraninao giovedì scorso, a Kermanshah, nell’Iran occidentale, dopo aver deciso di partecipare a un corteo insieme agli amici e ai compagni di classe. A morire nelle piazze iraniane sono anche ragazzi e ragazze che hanno meno di 30 anni. Come spiega a The Conversation Shirvin Zeinalzadeh, esperto dell'impatto dei media sulle azioni collettive in Iran, «Si stima che la popolazione giovanile iraniana, di età inferiore ai 30 anni, rappresenti circa il 60% della popolazione complessiva». «Questa generazione  - sottolinea - fa ampio affidamento sulla tecnologia digitale per comunicare, scambiare idee e documentare la vita quotidiana».

Nonostante il blocco di Internet, la rete continua a funzionare «sia  da innesco per le proteste sia da strumento organizzativo essenziale, consentendo la condivisione di informazioni, la mobilitazione dei pari e la trasmissione in tempo reale degli eventi». I contenuti diffusi dalla diaspora iraniana, i media dissidenti o i contenuti limitati sui social media che continuano a circolare grazie all'accesso limitato a Starlink sono canali che continuano «a dare forma alle narrazioni e a rafforzare l'azione collettiva». Secondo un sondaggio condotto dall'organizzazione no-profit GAMAAN, con sede nei Paesi Bassi, una netta maggioranza di iraniani non vuole la teocrazia che salì al potere con la rivoluzione del 1979. Vuole una democrazia laica. Nel 2020, un'indagine di Gamaan aveva fotografato una società diversificata, secolarizzata e dissidente, in cui circa il 70% rifiutava l'obbligo dell'hijab. 

A differenza del passato, oggi il regime iraniano non è solo militarmente indebolito dalla guerra di 12 giorni, ma lo è anche culturalmente, ed economicamente. Sempre secondo i risultati del sondaggio, il regime è considerato un elemento estraneo, una forza occupante. Questo ha reso Reza Pahlavi, l'ex principe ereditario in esilio che incarna il nazionalismo monarchico, più popolare rispetto al passato, nonostante il regime dei Pahlavi sia stato autoritario e violento. L’89% degli iraniani vuole un «sistema politico democratico», anche se il 43% si è detto d'accordo con l'idea di avere «un leader forte che non debba preoccuparsi di parlamento ed elezioni». Ma, come spiegano gli autori della ricerca, «il nazionalismo può generare la forza di una tempesta rivoluzionaria in grado di rovesciare il regime», mentre «la stabilità a lungo termine, dopo la caduta della Repubblica Islamica, richiederà anche l'accettazione della diversità culturale e ideologica dell'Iran come caratteristiche permanenti di una nazione veramente libera».