«Protestiamo per la nostra sopravvivenza e quella delle nostre famiglie»
Mentre le persone scendono in piazza per chiedere la fine della Repubblica Islamica, diritti e libertà, il regime di Teheran spara sulla folla. Le stime parlano di centinaia di morti e migliaia di arresti, ma è difficile avere dati precisi anche a causa del blocco della rete internet imposto dal governo. Le proteste sono iniziate il 28 dicembre 2025 a seguito della profonda svalutazione della moneta locale, della crescente inflazione, della cronica cattiva gestione statale di servizi fondamentali come la fornitura di acqua e del peggioramento delle condizioni di vita.
Questa volta, però, le proteste degli iraniani e delle iraniane sono diverse dalle precedenti. Secondo Fatemeh Shams, professoressa associata di letteratura persiana all'Università della Pennsylvania, costretta a lasciare l’Iran per motivi politici, nelle attuali condizioni «la società iraniana non può più sopravvivere». «Questa è la rivolta di una popolazione che muore di fame. Questa è la rivolta per la sopravvivenza. La società non può sopravvivere senza essere in grado di gestire il costo della vita», ha detto in un’intervista al New Yorker. Rispetto alle proteste del 2022, scoppiate dopo l’uccisione di Mahsa Amini da parte della cosiddetta polizia “morale” iraniana, sono molte più diffuse e tra chi protesta c’è più coesione.
Iran, in migliaia in strada dopo il blackout imposto dalle autorità
«Si tratta di come riuscire a sopravvivere, a proteggere le proprie famiglie e a mettere pane e cibo in tavola quando i beni di prima necessità sono impossibili da acquistare o trovare», spiega Shams. A questo si aggiunge la perdita di potere da parte del regime degli ayatollah nell’interno Sud Ovest asiatico. «In Siria, Bashar Assad non c'è più. Non hanno quasi alcun controllo sul Libano». Le aggressioni di Israele su suolo iraniano hanno delegittimato ancora di più il regime. «Gli iraniani sono infuriati per gli attacchi su suolo iraniano. Ma non lo fanno per difendere il regime. Si tratta di una popolazione che si trova intrappolata tra una mafia criminale e omicida che ha preso il controllo del Paese e, dall'altro lato, Israele e gli Stati Uniti, che perseguono i propri interessi. Quindi non stanno difendendo il regime quando condannano Israele». Durante gli attacchi, infatti, «La guida del Paese, Khamenei, si è nascosta per dodici giorni. La gente è stata sostanzialmente lasciata sola a capire come difendersi. Non poteva lasciare alcune città. Era bloccata all'interno delle proprie città senza alcun riparo in cui rifugiarsi».
Shams teme, però, che durante queste nuove proteste la repressione sarà ancora più brutale. «Venerdì mattina Khamenei ha sostanzialmente affermato che tutti coloro che scendono in piazza sono un branco di rivoltosi, agenti di Israele e dell'America, e che dovrebbero essere rimessi al loro posto. Credo che il blackout di internet sia un segno della disperazione da parte dello Stato, che non vuole che la notizia venga diffusa. Nel 2019, quando hanno bloccato internet, sono state uccise più di millecinquecento persone».