«Siamo noi ad avere il controllo in Venezuela», ha detto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump parlando con i reporter a bordo dell’Air Force One, aggiungendo che Washington è pronta a intervenire nuovamente se le autorità di Caracas «non faranno quello che viene richiesto». Dichiarazioni che arrivano all’indomani dell’attacco militare condotto dagli Stati Uniti nella notte tra venerdì e sabato scorsi sul territorio venezuelano e che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores. Secondo il New York Times, almeno 80 persone - tra militari e civili - sono morte nell’attacco.

Maduro è accusato di narcotraffico e traffico illecito di armi dalla procuratrice generale del distretto meridionale di New York, Pam Bondi. Il deposto presidente venezuelano è stato più volte accusato da diverse organizzazioni internazionali di reprimere violentemente le opposizioni democratiche e nel 2020 è stato anche accusato di crimini contro l’umanità da una commissione ONU. In seguito alla cattura del capo dello Stato, la Corte Suprema del Venezuela ha ordinato alla vicepresidente Delcy Rodríguez di assumere ad interim la presidenza del paese. Il capo delle forze armate di Caracas ha dichiarato che l’esercito riconosce Rodríguez come presidente ad interim. Maduro e la moglie sono stati trasferiti a New York e condotti al Metropolitan Detention Center (Mdc), un carcere federale federale di Brooklyn, dove restano a disposizione dell’autorità giudiziaria americana.

Il video propagandistico della Casa Bianca dopo la cattura di Maduro

Dal punto di vista del diritto internazionale, diversi esperti hanno criticato l’operazione: un’azione militare condotta senza un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si colloca al di fuori dei casi previsti dalla Carta dell’ONU. L’uso della forza è infatti ammesso solo in presenza di un’autorizzazione multilaterale o in risposta a una minaccia diretta e imminente alla sicurezza nazionale, condizioni che - secondo molti analisti - non risulterebbero soddisfatte nel caso venezuelano.

Le dichiarazioni di Trump sembrano inoltre allargare il perimetro della crisi oltre il Venezuela. Il presidente statunitense ha minacciato un secondo attacco se la nuova leadership di Caracas non si conformerà alle richieste di Washington e ha fatto riferimento anche ad altri Paesi dell’America Latina, affermando che «l’operazione Colombia» sarebbe «una buona idea» e definendo il presidente colombiano «un uomo malato». Trump ha inoltre rilanciato accuse contro il Messico per il traffico di droga e migranti, sostenendo che il Paese «deve darsi una regolata», e ha dichiarato che Cuba sarebbe «pronta a cadere».

Parole che si inseriscono nella lunga e consolidata tradizione di interventismo statunitense in America Latina. Sin dall’Ottocento, con l’enunciazione della Dottrina Monroe, Washington ha rivendicato un ruolo predominante nella zona, considerata parte della propria sfera di influenza strategica, giustificando nel tempo interventi diretti e indiretti con l’obiettivo dichiarato di tutelare la stabilità regionale e i propri interessi politici ed economici.

Nel corso del Novecento e durante la Guerra fredda, gli Stati Uniti sono intervenuti ripetutamente per contrastare governi percepiti come ostili o non allineati, in particolare quelli di ispirazione socialista. Dalle operazioni militari dirette - come a Panama, nella Repubblica Dominicana o a Grenada, fino al ruolo nel colpo di Stato cileno che portò alla morte del presidente Allende - alle azioni coperte condotte dai servizi di intelligence, l’obiettivo è stato spesso quello di favorire l’insediamento di esecutivi più vicini agli interessi di Washington.

Particolare attenzione è stata storicamente riservata ai Paesi ricchi di risorse naturali ed energetiche, considerati strategici per l’approvvigionamento e la sicurezza degli Stati Uniti. In questo contesto, diversi governi dell’America Latina hanno denunciato nel tempo tentativi di destabilizzazione, pressioni diplomatiche e sanzioni economiche come strumenti di influenza politica.