Dopo l’attacco al Venezuela – con il bombardamento di Caracas, almeno 80 morti secondo una ricostruzione del New York Times, e l’arresto di Nicolás Maduro e della moglie – Donald Trump ha chiarito senza ambiguità quale sia il prossimo oggetto del suo interesse strategico: la Groenlandia.

L’attacco al Venezuela è stato giustificato da Washington con il richiamo alla lotta al narcotraffico, inserendolo – da mesi – in una cornice narrativa di difesa della sicurezza e della libertà. Una costruzione argomentativa che ha puntato a normalizzare un atto di forza di enorme gravità sul piano del diritto internazionale, e che oggi riemerge quasi identica nel linguaggio utilizzato dall’amministrazione statunitense per la Groenlandia.

La Groenlandia non è una fissazione improvvisa. Trump ne parla da anni. Nel 2019 l’aveva definita “un’ottima opportunità immobiliare”. Negli anni successivi aveva dichiarato apertamente di volerla comprare o occupare. Poi sono emerse rivelazioni sull’attività di cittadini americani sotto copertura nell’isola, con l’obiettivo di favorire un distacco dalla Danimarca e un avvicinamento a Washington. Oggi, il presidente degli Stati Uniti torna a dirlo senza giri di parole: l’uso della forza non è escluso.

La domanda di fondo è: perché Trump vuole la Groenlandia? Per lo stesso motivo per cui ha colpito il Venezuela: le risorse. Se a Caracas l’obiettivo era il petrolio, in Groenlandia il bottino potenziale è forse ancora più prezioso. Secondo un rapporto del Geological Survey of Denmark and Greenland (GEUS) del 2023, il sottosuolo dell’isola contiene circa 6 milioni di tonnellate di grafite, 36,1 milioni di tonnellate di terre rare, 235 mila tonnellate di litio e 106 mila tonnellate di rame.

Le terre rare – essenziali per batterie, smartphone, tecnologie militari, veicoli elettrici e transizione digitale – sono il vero cuore della partita. Controllare la Groenlandia significherebbe per gli Stati Uniti ridurre drasticamente la dipendenza dalla Cina, che oggi domina il mercato globale di questi materiali.

Ma le risorse, da sole, non bastano a spiegare l’ossessione di Trump per la Groenlandia. L’isola artica è anche un nodo geopolitico di primaria importanza. Un controllo diretto consentirebbe agli Stati Uniti di rafforzare la propria presenza militare e logistica in una regione in cui Pechino – insieme a Mosca – sta aumentando investimenti, ricerca e influenza. Non è un caso che Washington parli apertamente di sicurezza nazionale e che Trump descriva la Groenlandia come «assolutamente necessaria» per contrastare l’espansione cinese. A tutto questo si aggiunge una visione che Trump non ha mai nascosto: quella immobiliare. Già nel 2019 aveva definito la Groenlandia «un grande affare immobiliare», riducendo un territorio, una popolazione e una sovranità a una mera opportunità economica.

Ed è qui che torna centrale il ruolo dell’Europa. La posizione dell’Unione è apparsa debole e ambigua già di fronte all’attacco al Venezuela. Nessuna condanna netta, nessun richiamo formale al rispetto della sovranità di uno Stato terzo. A poche ore dal bombardamento di Caracas, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è limitata ad auspicare una «transizione democratica». La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affermato che «l’azione militare esterna non è la strada», salvo poi definire «legittimo» un intervento difensivo contro presunti «attacchi ibridi». Il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato apertamente di «liberazione», sostenendo che «il popolo venezuelano si è liberato dalla dittatura di Maduro». In Germania, il cancelliere Friedrich Merz ha scelto la prudenza, dichiarando che «la classificazione giuridica dell’intervento Usa è complessa» e che sarebbe stato necessario «prendersi del tempo» per valutarla.

Ora che la minaccia riguarda apertamente l’annessione di una regione sotto sovranità danese, la domanda diventa inevitabile: l’Europa continuerà a restare muta? Tutto lascia intuire di sì. Se l’aggressore si chiama Stati Uniti, l’Europa smette di invocare il diritto internazionale: prevalgono comprensione, cautela, se non esplicito sostegno politico. La realtà è che la politica estera di Trump segue una logica coerente: risorse, forza, coercizione. L’attacco al Venezuela e la minaccia alla Groenlandia non sono episodi scollegati, ma due facce della stessa strategia: una guerra per il controllo delle materie prime e delle posizioni strategiche, mascherata da sicurezza, legalità e difesa della democrazia