In Corea del Sud restare immobili e in silenzio per 90 minuti è considerato uno sport. Alla Space-Out Competition, centinaia di persone si sfidano a chi riesce a non fare niente più a lungo, senza scrolling sul telefono, senza parlare e restando fermi. Vince chi ha il battito più stabile e chi convince il pubblico con la propria tranquillità. Byung-jin Park, musicista punk e imprenditore di Seul, ha conquistato l’edizione 2025 con una strategia semplice: respirazione lenta e uno sguardo fisso nel vuoto. «A un certo punto ho dimenticato dove fossi», ha raccontato al National Geographic. «È come se il mio corpo fosse scomparso.»

Nata nel 2014 come progetto artistico per denunciare il burnout e la cultura del super-lavoro, la competizione è diventata un rito collettivo: un modo per rivendicare il diritto al silenzio, alla lentezza, alla pausa. Perché, come spiega il neuroscienziato Hanson Park, «in una società sovrastimolata, concedersi momenti di quiete aiuta a controllare i pensieri e ridurre l’ansia».

Intanto, sui social, tutto diventa una performance, anche il tempo libero. Che si tratti di percorsi su Strava, sessioni di pilates reformer o maratone condivise su Instagram, il confine tra benessere e prestazione diventa impercettibile. Concediamoci di disconnetterci, respirare e fare niente.