Non bastava sporcarsi le mani con la guardia costiera libica che sulle sue imbarcazioni di soccorso ha postazioni per le mitragliatrici al posto dei salvagenti. Un particolare quanto meno inusuale per navi che dovrebbero soccorrere naufraghi e barche alla deriva. Nella logica di “proteggere i confini” che, ricordiamolo ancora una volta, appartiene a governi di ogni colore, il Sudan dovrebbe giocare il ruolo di barriera ideale ai flussi migratori.

Come altri Paesi africani, rappresenta per l’Europa e l’Italia uno snodo strategico per quella che è conosciuta come “esternalizzazione del controllo dei confini”. Tanto che nel 2016, ai tempi del governo Renzi, è stato firmato un “memorandum d’intesa” fra il Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Viminale e la polizia del regime di Omar Al-Bashir, presidente – poi deposto – accusato di crimini di guerra dalla Corte Penale internazionale commessi in Darfur, regione nella parte occidentale del Paese.  L’accordo è stato tenuto a lungo segreto e non è mai stato discusso né ratificato dal Parlamento italiano. L’approccio di questo memorandum, come di altri, può essere riassunto  così: al posto di respingere i migranti nel Mediterraneo, gli Stati africani vengono finanziati per migliorare il controllo dei propri confini e per trattenere i migranti. In alcuni casi, i militari italiani hanno addestrato le milizie locali a bloccare i migranti che tentano di raggiungere il Mediterraneo.

Il Sudan quindi ha il compito di arginare i flussi migratori che dal Corno d'Africa (Somalia, Etiopia, Eritrea), ma anche dallo Yemen, vanno verso la Libia e quindi verso l’Italia e l’Europa. Già nel 2014 Unione Europea e Sudan si erano impegnate in quello che è stato ribattezzato il Processo di Karthoum, voluto proprio dall’Italia. Si tratta di un patto secondo cui lo Stato africano si impegna a combattere la migrazione in direzione dell'Europa in cambio di finanziamenti per lo sviluppo. Finanziamenti milionari che sarebbero poi andati proprio alle milizie delle Rsf, Rapid Response Unit, le forze di intervento rapido guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo. Il quale non si sarebbe fatto scappare la possibilità di fare della gestione della migrazione un business con cui finanziarsi e rafforzare la sua spesa militare. Nonostante l’Ue abbia sempre sostenuto che il denaro non è stato gestito dal singolo stato sudanese, ma da organizzazioni internazionali e ong, e che quindi non è mai finito direttamente tra le mani delle Rsf – come riporta il Foglio – non esistono rapporti chiari sulla sua destinazione effettiva. Sempre come spiega il Foglio, nel 2020 l’Ue ha dovuto ammettere di avere offerto sostegno direttamente alle Rsf, dopo che un’inchiesta dello Spiegel rese pubblico il contenuto di una riunione sull’opportunità di addestrare le Rsf con una spesa di almeno 10 milioni di euro.

Le Rsf sono le stesse forze paramilitari che adesso combattono contro l’esercito del presidente Abdel Fattah Abdelrahman Burhan. In due anni di guerra e genocidio, sia le Rsf che l’esercito sono stati accusati di crimini di guerra contro la popolazione civile, intrappolata tra due fuochi.  Il 27 ottobre l’Humanitarian Research Lab della Yale School of Public Health (Yale HRL) ha pubblicato un rapporto che denuncia come i paramilitari di Dagalo abbiano compiuto uccisioni di massa a El-Fasher, nel Darfur, secondo l’analisi delle immagini satellitari: «Veicoli schierati in formazioni tattiche coerenti con le operazioni di sgombero casa per casa. L’analisi delle immagini mostra oggetti coerenti con le dimensioni di corpi umani sul terreno vicino ai veicoli delle RSF».

Nel corso di questi anni, i soldati delle Rsf avrebbero avuto il compito di eseguire respingimenti di migranti nel deserto del Sahara. Intanto oltre 30,4 milioni di persone – due terzi della popolazione sudanese – necessitano urgentemente di assistenza umanitaria. Il numero complessivo di persone sfollate forzatamente ha raggiunto invece i 12,9 milioni.