Come Bruxelles è diventata la capitale della repressione in Europa
di Giunio PanarelliAnna Martino ha collaborato a questo articolo
Uscire da un kebabbaro dopo una manifestazione e tornare a casa con dei punti sul mento o un braccio quasi rotto. Andare a un corteo con i propri bambini e venire colpiti dai lacrimogeni. Non sono storie che arrivano da città governate da regimi dittatoriali, ma dalla città simbolo dei valori europei, Bruxelles. Negli ultimi mesi la capitale belga sta diventando sempre di più il simbolo del mancato rispetto del diritto a manifestare liberamente nell’UE.
«Questa involuzione è iniziata poco dopo la pandemia. Fino a quel momento la maggior parte delle manifestazioni in città erano contro il cambiamento climatico ed erano viste di buon occhio da politica e forze dell’ordine. Addirittura, l’allora ministra dell’Istruzione incoraggiava i giovani a mobilitarsi per il clima e a partecipare alle marce – racconta Margaux De Ré, deputata per il partito di sinistra Ecolo al Parlement bruxellois (l’organo legislativo della regione di Bruxelles) – poi, a partire dal 2021, sono entrati in gioco anche i temi sociali e in particolare il femminismo. A quel punto la musica è cambiata».
De Ré è una giovane veterana delle proteste bruxellesi. Partecipa ai cortei dal 2015 e ha visto nascere #BalanceTonBar. Questo movimento femminista è inizialmente nato dall’omonima pagina Instagram che raccoglie le denunce delle donne molestate nei bar di Bruxelles, per poi diffondersi in tutto il mondo francofono. Proprio i cortei di questo movimento e le loro rivendicazioni per un cambiamento politico-sociale su temi di genere sono finiti sempre più nel mirino delle forze dell’ordine.
«Ho iniziato a osservare un cambiamento flagrante nel modo di intervenire della polizia: maggiore presenza di agenti in borghese infiltrati nei cortei, repressione contro le cosiddette “colleuses” – donne che attaccano messaggi femministi sui muri –, arresti, uso di gas lacrimogeni e retate», racconta De Ré, che denuncia anche un doppiopesismo mediatico. «I media sono sempre propensi a raccontare positivamente le proteste ambientaliste, ma molto più tendenti a parlare di quelle femministe come “tese e con l’obiettivo di creare disordine”».
Con l’inizio del conflitto tra Israele e Hamas e le successive manifestazioni a sostegno della causa palestinese, la situazione ha conosciuto un nuovo salto di qualità. «Le autorità hanno avuto inizialmente un atteggiamento freddo, se non ostile, verso queste proteste. E l’ostilità è paradossalmente aumentata man mano che il numero di manifestanti cresceva. L’attuale ministra dell’Istruzione ha invitato a sanzionare gli studenti che saltavano le lezioni per partecipare ai cortei. L’atteggiamento benevolo dei tempi delle proteste ambientaliste è finito. Le forze dell’ordine hanno alzato la tensione con i manifestanti. In particolare, sono state colpite le persone con background migratorio. Schedature e, in alcuni casi, arresti di massa si sono ripetuti continuamente».
In occasione delle ultime proteste la situazione è degenerata. VDNews ha raccolto la testimonianza di Gian Marco, italiano che vive e lavora a Bruxelles. «Il 2 ottobre, insieme a un amico e alla mia ragazza, ho partecipato alle proteste in favore della Global Sumud Flottilla. Sul finire delle proteste ci siamo fermati a mangiare un kebab vicino a Place de la Bourse, teatro di una parte delle manifestazioni. Una volta usciti abbiamo scoperto che la polizia aveva iniziato a sgomberare la piazza».
A quel punto la situazione è diventata più violenta. «Improvvisamente siamo stati travolti da agenti armati di manganelli, scudi e spray al peperoncino. Anche se abbiamo obbedito e ci siamo mossi nella direzione indicata dalla polizia, gli agenti hanno continuato a inseguirci e a colpirci, prendendoci a calci e colpendoci alle schiene e alle gambe con i manganelli, nonostante stessimo collaborando pienamente».
«Un agente in particolare, come si vede nel video, mi è corso incontro spruzzandomi spray al peperoncino in faccia e negli occhi, accecandomi temporaneamente. Mentre ero disorientato e con le mani alzate, sono stato colpito violentemente al viso, riportando un profondo taglio sotto il mento (che ha richiesto tre punti di sutura) e un trauma alla mascella, che mi ha reso difficile chiudere la bocca».
«Il mio amico ha cercato di proteggermi e, di conseguenza, è stato anche lui picchiato più volte, riportando un grosso ematoma alla spalla e diversi colpi alla schiena e al gomito, oltre ai lividi precedenti. La mia ragazza, che stava filmando l’incidente con la mano destra, è stata aggredita ripetutamente».
Proprio la scelta di riprendere quanto avveniva sembra aver scatenato un particolare accanimento nei confronti del suo braccio. «Nonostante fosse già stata colpita e spruzzata con spray al peperoncino, il suo braccio è stato colpito ripetutamente e con estrema violenza, apparentemente perché teneva in mano un telefono. Di conseguenza, non riesce più a muoverlo completamente. Probabilmente questo è avvenuto nell’ambito di un tentativo mirato a distruggere il suo telefono, poiché anche diverse altre persone che stavano filmando sono state aggredite o hanno subito danni alle loro attrezzature».
Le violenze denunciate da Gian Marco non sono le uniche. L’associazione ObsPol ha raccolto numerose testimonianze sul proprio sito e sta preparando azioni legali a tutela dei manifestanti colpiti.
Il comportamento aggressivo della polizia belga ormai si applica anche ad altri temi. Il 14 ottobre hanno fatto il giro del Paese le immagini di famiglie con bambini colpite dai lacrimogeni durante lo sciopero indetto contro le ultime misure economiche del governo. De Ré era in piazza. «La folla era estremamente compatta, piena di insegnanti, sindacalisti, famiglie e giovani. La polizia ha improvvisamente lanciato gas lacrimogeni contro un piccolo gruppo di persone che stava danneggiando un edificio. Il gas, impossibile da controllare, si è rapidamente disperso tra la folla, formando vere e proprie nuvole asfissianti. I bambini piangevano. Gli anziani tossivano. Era una scena di caos».
Che manifestare a Bruxelles e più in generale in Belgio sia sempre più difficile è certificato anche dall’Institut fédéral des droits humains, l’organizzazione pubblica e indipendente che si occupa di promuovere i diritti fondamentali nel Paese, che ha lanciato l’allarme sulla tutela del diritto a manifestare.
Nel frattempo, però, non ci sono segnali di inversione di tendenza. Anzi, il ministro della Difesa Theo Francken ha proposto, proprio dopo le proteste del 14 ottobre, di dotare la polizia di fucili ad aria compressa durante i cortei. «Lo status particolare di Bruxelles capitale europea viene interpretato da chi la amministra come un obbligo o un lasciapassare nel reprimere le manifestazioni al primo incidente, anche in maniera eccessiva», sostiene De Ré, che denuncia il paradosso di una città che accetta «la presenza permanente delle lobby delle grandi potenze economiche intorno agli edifici europei, ma che grida allo scandalo non appena si svolge una manifestazione di associazioni o cittadini nelle vicinanze».
Bruxelles, insomma, rischia di diventare il simbolo dell’involuzione della vita pubblica europea. Secondo De Ré, «quello che sta avvenendo a Bruxelles non è un’eccezione: è il riflesso di un movimento più ampio, in Europa e nel mondo. Ovunque, i cittadini e le cittadine si mobilitano per la giustizia sociale, climatica o internazionale, e si scontrano con forme crescenti di repressione». Il suo messaggio però è di non arrendersi: «Le nostre storie collettive sono costellate da periodi in cui i diritti e le libertà sono stati minacciati. E spesso è stato proprio in piazza che questi diritti sono stati conquistati — e lì devono continuare a esserlo».