Dopo oltre due anni, Hamas e Israele hanno firmato la prima fase del piano di pace per Gaza proposto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. L’annuncio ufficiale è arrivato nella notte direttamente dallo stesso Trump, che sul suo social network Truth ha scritto: «Tutti gli ostaggi saranno liberati molto presto, mentre Israele ritirerà le sue truppe dietro una linea concordata».

Secondo i dettagli diffusi dalla Casa Bianca e da fonti israeliane, la prima fase dell’accordo prevede il ritiro parziale delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza, con la permanenza soltanto nell’area di Rafah. Uno dei punti centrali dell’intesa riguarda lo scambio tra prigionieri palestinesi e ostaggi israeliani. Secondo quanto riportato da Afp, Israele libererà 1.950 prigionieri palestinesi, tra cui 250 condannati all’ergastolo, in cambio di 20 ostaggi israeliani ancora in vita. Lo scambio dovrebbe avvenire entro 72 ore dall’entrata in vigore dell’accordo. Contestualmente, l’intesa dovrebbe prevedere anche l’ingresso di cibo e generi di prima necessità a Gaza, dopo mesi di blocco e carenze estreme.

I palestinesi festeggiano in strada dopo l'accordo sulla prima fase del piano di pace



Una fonte di Hamas, citata da Ynet, ha spiegato che «il movimento è pronto a mostrare grande flessibilità nei negoziati» e che i colloqui per la seconda fase — quella più delicata, che dovrebbe includere il disarmo e l’esilio di alcuni leader del movimento — inizieranno immediatamente.

Poco dopo l’annuncio, nella Striscia di Gaza si sono riversate migliaia di persone in strada per celebrare la notizia. Secondo Reuters, a Khan Yunis gli abitanti hanno applaudito e intonato canti in segno di gioia. «Io ricostruirò la casa, noi ricostruiremo Gaza», ha detto Ayman Saber, che vive lì, in una delle città più grandi della Striscia, ormai deserta e ridotta in macerie.

Video diffusi sui social mostrano uomini, donne e bambini che ballano e gridano «Allahu Akbar» davanti all’ospedale di al-Aqsa, a Deir al-Balah, mentre altri cortei spontanei hanno animato le strade di Gaza City. Ahmed Sheheiber ha affermato di aspettare «con impazienza» di tornare a casa sua nel campo profughi di Jabalia. «È un giorno grandioso, una gioia immensa». Il coordinatore degli aiuti Eyad Amawi ha invece espresso cautela: teme che Israele possa ostacolare l’accordo e dice di provare un misto di felicità e dolore. «Ci crediamo e non ci crediamo. Abbiamo sentimenti contrastanti, tra felicità e tristezza, ricordi: tutto è mescolato», ha raccontato.

«Dobbiamo sistemare tutto, soprattutto gli effetti psicologici, per continuare a vivere».
L’accordo ha suscitato una vasta eco sulla scena internazionale. Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, ha accolto «con favore» l’intesa, esprimendo la speranza che possa fungere «da preludio al raggiungimento di una soluzione politica sostenibile che ponga fine all’occupazione israeliana e porti alla creazione di uno Stato palestinese lungo i confini del 4 giugno 1967».

Anche il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha definito l’intesa «un’opportunità cruciale per gettare le basi di una pace duratura, fondata sulla soluzione dei due Stati», mentre il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha commentato su RaiNews: «La pace è vicina. Giungono notizie ottime, ma non basta la firma. Ora bisogna difendere questa tregua: inizia il lavoro».

Se tutto procederà secondo i piani, questa prima fase potrebbe rappresentare l’inizio di un percorso di pace fragilissimo ma storico. Dopo oltre due anni di distruzione e più di 67 mila vittime, il popolo palestinese guarda ora alla tregua come all’unica speranza di restituire dignità e futuro a una Striscia di Gaza ridotta in macerie.