Ma cosa significa riconoscere la Palestina?
di Davide TragliaNegli ultimi giorni diversi paesi hanno deciso di riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina. Dopo Regno Unito, Australia e Canada, anche la Francia ha annunciato la sua scelta, seguita da Portogallo, Belgio, Lussemburgo e Malta. Ieri, anche Giorgia Meloni ha deciso di presentare una mozione parlamentare per il sì allo stato palestinese, vincolandolo però a due condizioni: il rilascio degli ostaggi e l’esclusione di Hamas da qualsiasi governo. Una mossa che sembra avere soprattutto un obiettivo interno: mettere in difficoltà le opposizioni, costringerle a votare contro il testo della maggioranza, per poi accusarle di ambiguità o di vicinanza con Hamas.
Questa nuova serie di riconoscimenti si somma a quelli già arrivati negli anni passati da Spagna, Irlanda, Islanda, Svezia, Norvegia, dalla gran parte dei Paesi arabi, da Russia, Cina, India e da quasi tutto il continente africano e latinoamericano. In totale, oggi 152 dei 193 membri delle Nazioni Unite riconoscono ufficialmente la Palestina. Il riconoscimento di uno Stato non è un atto puramente burocratico. È una decisione politica chiara, che dice molto sulle alleanze, sulle priorità e sul posizionamento internazionale di un governo. Nel caso palestinese, è un gesto che ha un enorme valore simbolico e che mira ad isolare ulteriormente l’esecutivo di Benjamin Netanyahu. Ma allo stesso tempo, come sottolineano molti sostenitori della causa palestinese, rischia di restare una scelta più di principio che di sostanza, senza effetti immediati sul genocidio a Gaza o sulla vita quotidiana dei palestinesi.
In teoria per il riconoscimento di uno Stato esistono criteri chiari: la Convenzione di Montevideo del 1933 elenca quattro condizioni di base per la sua esistenza – una popolazione permanente, un territorio definito, un governo e la capacità di relazioni internazionali. Nella pratica, però, il riconoscimento è un atto discrezionale: ogni governo decide per ragioni politiche, morali o diplomatiche, spesso andando oltre questi criteri. In questo senso, la Palestina è un caso emblematico. Non ha un governo unitario, gran parte del suo territorio è occupato illegalmente da Israele e la Striscia di Gaza è sotto il controllo di Hamas dal 2007. Nonostante questo, il riconoscimento da parte di oltre 150 paesi si fonda sul principio di autodeterminazione e sull’idea che il popolo palestinese debba avere uno Stato indipendente.
La prima conseguenza concreta del riconoscimento di un nuovo Stato riguarda la sfera diplomatica: significa aprire ambasciate o consolati, nominare rappresentanti ufficiali e instaurare un canale diretto tra governi – cosa teoricamente possibile solo fra paesi che si riconoscono reciprocamente. Il riconoscimento apre poi a questioni pratiche: dai visti agli spostamenti tra i due paesi, fino agli accordi commerciali. Qui emergono nodi delicati: i Paesi che riconoscono la Palestina dovrebbero rivedere accordi commerciali che finiscono per legittimare le attività illegali di Israele, come l’importazione di prodotti agricoli provenienti dalle colonie in Cisgiordania. Infine, c’è la dimensione internazionale. Riconoscere uno Stato significa anche sostenerne l’accesso alle organizzazioni multilaterali. La Palestina, per esempio, dal 2012 è “osservatore permanente” alle Nazioni Unite: può partecipare ai lavori dell’Assemblea generale, ma non ha i pieni diritti dei membri effettivi.
Non tutti, però, vedono nel riconoscimento una svolta reale. Molti analisti e attivisti palestinesi ritengono il gesto altamente simbolico e di facciata, che crea l’illusione di un cambiamento senza modificarne la sostanza. Come ha giustamente osservato l’autrice palestinese Jwan Zreig su Palestine Studies, «oggi la Palestina non ha sovranità: non ha alcun controllo sui suoi confini, sullo spazio aereo o sulle risorse naturali». Per questo motivo, «il riconoscimento funziona meno come giustizia e più come teatro politico. Permette alle potenze occidentali di rivendicare progressi senza mettere in discussione i sistemi che sostengono l'oppressione palestinese». Uno strumento, dunque, utile «per gestire le richieste politiche palestinesi, eludendo al contempo la responsabilità per decenni di violenza, espropriazione e blocco».
In effetti, oltre alle dichiarazioni di facciata, le iniziative concrete dei Paesi europei sono state molto limitate: gli aiuti umanitari a Gaza sono stati scarsi e inefficaci, le evacuazioni mediche verso l’Europa poche – checché ne dica il governo italiano, rivendicandone il primato. Ancora, le sanzioni proposte dalla Commissione Europea sono parse molto timide e hanno trovato per giunta l’opposizione o una mancata posizione di vari Paesi, tra cui l’Italia. L’eccezione più visibile è la Spagna, che ha sospeso la vendita di armi a Israele, vietato il transito di materiali bellici nei propri porti e aeroporti e bloccato il commercio di prodotti dalle colonie. Ma singole iniziative non bastano a mettere pressione su Israele.
Il governo israeliano ha respinto ogni ipotesi di Stato palestinese. Netanyahu ha ripetuto che «non nascerà mai», e alcuni ministri della sua coalizione – come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich – spingono apertamente per l’annessione di gran parte della Cisgiordania, con piani che renderebbero impossibile la nascita di uno Stato palestinese. Nelle ultime ore, anche gli Stati Uniti hanno bollato i riconoscimenti come «gesti esibizionistici», ribadendo che le priorità restano la sicurezza di Israele e il rilascio degli ostaggi.
In questo contesto, il riconoscimento della Palestina non cambia i rapporti di forza militari né ferma la guerra a Gaza, ma – questo sì – modifica il quadro politico internazionale: rende sempre più isolato Israele e costringe gli Stati Uniti a difendere una posizione minoritaria. Il rischio, però, come scrive Zreig, è che si tratti di un atto “a costo zero”: utile a lavarsi la coscienza senza assumere – ancora una volta – impegni concreti, come sanzioni, boicottaggi o pressioni diplomatiche per un cessate il fuoco. La Palestina, insomma, non è una rivendicazione astratta, ma uno Stato che gran parte del mondo e della società civile considera già esistente.