Il Messico ha ridotto la povertà aumentando il salario minimo
Il Messico registra un risultato senza precedenti nella lotta alla povertà. Tra il 2018 e il 2024, oltre 13 milioni di persone hanno migliorato le proprie condizioni di vita, riducendo il tasso di povertà generale dal 42% al 29,6% della popolazione. Una trasformazione che è dovuta soprattutto alle politiche sul lavoro e agli aumenti del salario minimo promossi dai governi di sinistra.
«La riduzione della povertà è storica. Questa è la prova che il nostro progetto funziona ed è davvero dedicato ai più poveri», ha dichiarato la presidente Claudia Sheinbaum. Durante il mandato del suo predecessore Andrés Manuel López Obrador (AMLO), fondatore del partito di sinistra Morena, i poveri sono scesi da 52 a 38,5 milioni, con un calo netto di 13,4 milioni di persone. Solo tra il 2022 e il 2024 se ne contano 8,3 milioni in meno. Anche l’estrema povertà è diminuita, passando da 9 a 7 milioni di cittadini.
Tra il 2018 e il 2024, il salario minimo è raddoppiato a livello nazionale e triplicato nelle zone di libero scambio al confine con gli Stati Uniti, passando da 4,75 a 15 dollari l’ora. Secondo uno studio della Banca Mondiale, su un calo della povertà di 8,5 punti tra il 2020 e il 2022, ben 6,85 punti dipendono dall’aumento dei salari minimi e solo 1,65 dai sussidi.
Contrariamente ai timori diffusi - evidenzia Lidia Baratta di Linkiesta nella sua newsletter Forzalavoro - l’aumento del salario minimo non ha ridotto la domanda di lavoro: al contrario, il tasso di disoccupazione è sceso al 2,8%, il livello più basso della storia recente del Paese. Accanto agli aumenti salariali, il governo di AMLO ha varato una serie di riforme del lavoro: regolamentazione dei subappalti, ampliamento dell’accesso alla previdenza sociale, maggiori contributi pensionistici e congedi retribuiti, oltre a una più ampia partecipazione dei lavoratori agli utili aziendali.
«Si tratta di uno dei maggiori incrementi di reddito nella storia recente del Paese, ottenuto senza una forte crescita economica, che si è attestata in media all’1,1 per cento annuo», ha osservato l’economista Viri Rios, direttrice della newsletter Mexico Decoded. «Migliorando salari e condizioni di lavoro, il Messico ha dimostrato che è possibile ridurre la povertà senza che la crescita sia il motore principale». Il Messico continua a fare i conti con problematiche strutturali: tre cittadini su dieci vivono ancora in povertà, pari a 38,5 milioni di persone. Persistono forti disuguaglianze, corruzione diffusa e alti livelli di criminalità legata al narcotraffico. Inoltre, nelle aree rurali più remote, l’accesso ai servizi sociali resta limitato: dal 2018 al 2024 il numero di messicani senza copertura sanitaria è raddoppiato, raggiungendo i 44,5 milioni.
Claudia Sheinbaum ha riconosciuto che la strada è ancora lunga: «Abbiamo ancora progressi da fare? Sì. Con il 30 per cento della popolazione messicana che vive in povertà, è ovvio che dobbiamo continuare ad andare avanti». Per il 2025 è già previsto un nuovo aumento del salario minimo del 12%.
Un risultato sorprendente, che conferma quanto sosteneva anche il Nobel per l’Economia David Card: il salario minimo non distrugge lavoro, ma può crearne. Per il Messico, l’esperienza degli ultimi anni sembra dimostrare che la via più efficace per ridurre la povertà non passa da assegni e sussidi, ma da un lavoro dignitosamente retribuito.
La presidente del Messico è recentemente finita al centro delle polemiche per l’elezione dei giudici della Corte Suprema, un processo che nel Paese prevede il voto diretto dei cittadini. Nonostante la partecipazione elettorale sia stata molto bassa, il partito Morena è riuscito a far eleggere i propri candidati, dando indicazioni di voto ai cittadini – pratica non consentita – mentre ai candidati stessi era vietato dichiarare la propria affiliazione politica. Grazie a questo sistema, tutti e nove i futuri giudici della Corte Suprema sono esponenti di Morena o strettamente legati al movimento politico di López Obrador.