Il Parlamento europeo ha appena approvato a Strasburgo una risoluzione sulla crisi a Gaza che invita esplicitamente gli Stati membri a valutare il riconoscimento dello Stato di Palestina. Un passaggio storico, maturato dopo mesi di paralisi, che ha visto l’Eurocamera dividersi in modo netto — con 305 voti favorevoli, 151 contrari e 122 astenuti — e che ha spaccato anche i partiti italiani, tra chi ha sostenuto il testo e chi ha votato contro dopo l’eliminazione dal documento della parola “genocidio”.

Negli ultimi giorni, lo scenario internazionale si è fatto ancora più complesso: il conflitto in Medio Oriente sta continuando ad allargarsi, mentre la guerra in Ucraina conosce nuove e pericolose escalation, alimentando la percezione di un’instabilità globale che coinvolge direttamente anche l’Europa. «Ci si muove su un crinale dal quale si può scivolare in un baratro di violenza incontrollato». Con queste parole, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha commentato gli ultimi eventi che stanno facendo crescere l’allerta europea. Nel suo discorso da Lubiana il capo dello Stato ha evocato l’«estate dell’irresponsabilità» del 1914 e ha chiesto un «freno» a comportamenti che, anche se non intenzionali, possono portare a conseguenze inimmaginabili.

Nella notte tra il 9 e il 10 settembre, infatti, diversi droni russi hanno violato lo spazio aereo polacco: alcuni sono stati intercettati e abbattuti dalle forze polacche, detriti sono stati recuperati in più province e aeroporti civili sono stati temporaneamente chiusi. Le autorità polacche hanno definito l’episodio «una violazione senza precedenti» dello spazio aereo di un paese membro della NATO. Il primo ministro Donald Tusk ha definito la situazione «la più vicina a un conflitto aperto dalla Seconda Guerra Mondiale» e ha chiesto l’attivazione dell’articolo 4 del Trattato Atlantico per avviare consultazioni con gli alleati.

L’articolo 4 non attiva automaticamente obblighi di difesa: permette a uno Stato membro di chiedere consultazioni nel Consiglio Atlantico quando ritiene minacciata la propria integrità territoriale, indipendenza politica o sicurezza. È una leva politica e istituzionale che mette la questione all’ordine del giorno dell’Alleanza e può portare a misure concordate, ma non obbliga a interventi militari. L’articolo 5, invece, è la clausola di difesa collettiva («un attacco contro uno è considerato un attacco contro tutti») e può comportare azioni — anche militari — scelte dai singoli alleati; è stato invocato formalmente una sola volta (dopo l’11 settembre 2001).

La situazione a Gaza è tragica: oltre 60mila morti dall’inizio della guerra, con decine di civili uccisi ogni giorno, interi quartieri rasi al suolo e una popolazione stremata dalla fame. Il governo Netanyahu continua a bloccare gli aiuti umanitari, affamando deliberatamente il popolo palestinese e aggravando una crisi già definita «catastrofica» dalle principali organizzazioni internazionali. Intanto il conflitto si allarga: Israele ha colpito obiettivi in Yemen legati agli Houthi e un complesso a Doha dove sarebbero stati presenti vertici di Hamas. Segnali di una guerra che travalica la Striscia e rischia di incendiare l’intera regione, coinvolgendo anche il Mar Rosso e rotte commerciali vitali per l’economia globale.

Non a caso, ieri a Strasburgo la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha indirizzato un accorato appello all’unità: «La questione è semplice: abbiamo lo stomaco per combattere? Abbiamo la volontà di unirci, la volontà politica per farlo? O vogliamo solo combattere tra di noi?», ha detto, invitando gli Stati membri a superare divisioni e a costruire strumenti concreti di difesa comune.

Tra le misure annunciate: la sospensione del sostegno bilaterale dell’UE a settori specifici verso Israele e la proposta di un “Gruppo dei Donatori per la Palestina” con uno strumento dedicato alla ricostruzione di Gaza; inoltre, la Commissione ha annunciato l’impegno di risorse per la produzione di droni a favore dell’Ucraina (un pacchetto intorno ai 6 miliardi). 

Nel suo invito all’unità, von der Leyen ha anche pronunciato parole di forte determinazione sul profilo difensivo europeo: «L’Europa difenderà ogni centimetro del suo territorio, costruiremo un muro di droni con Kiev», ha annunciato. 

Mai negli ultimi mesi l’insieme di crisi — le accuse di genocidio a Gaza e la crisi umanitaria, gli attacchi che hanno toccato anche Yemen e Doha, la guerra russo-ucraina che rischia di travalicare i confini della regione e le tensioni politiche interne in vari Paesi europei — sono apparse così interconnesse. Eppure, già solo rispetto a una catastrofe che in Palestina ha già causato oltre 60mila morti, con civili uccisi ogni giorno e un popolo deliberatamente affamato dal blocco degli aiuti, la comunità internazionale continua a mostrarsi troppo timida, se non silente. Un silenzio che rischia di tradursi in complicità e che stride con la gravità di una crisi destinata ad avere conseguenze potenzialmente preoccupanti.