Cinque giornalisti palestinesi che lavoravano per organizzazioni giornalistiche internazionali, sono stati uccisi, insieme a molte altre persone, in un attacco israeliano all'ospedale Nasser nella città meridionale di Khan Younis. Secondo quanto ricostruito, un primo bombardamento ha colpito l'edificio, strappando un pezzo di muro e ferendo le persone all'interno.

Quindici minuti dopo, mentre soccorritori e giornalisti accorrevano e la scena veniva trasmessa in diretta, una seconda esplosione ha squarciato il cortile, uccidendo anche i soccorritori. Dopo la condanna internazionale, l'esercito israeliano ha detto di «non prendere di mira i giornalisti in quanto tali». Eppure 192 giornalisti sono stati uccisi dall'inizio degli attacchi israeliani, secondo quanto riporta il Comitato per la Protezione dei Giornalisti.

Gli ultimi a essere stati uccisi sono Mohammed Salama, Moaz Abu Taha, Hussam al Masri, Ahmed Abu Aziz e Mariam Dagga.  Mariam Abu Dagga, 33 anni, ha collaborato con l'Associated Press fin dall'inizio della guerra a Gaza, oltre che con altre testate giornalistiche come Independent Arabia.  Reuters ha annunciato la morte del collaboratore Hussam al-Masri, cameraman, mentre un altro dei suoi collaboratori, Hatem Khaled, fotografo, è rimasto ferito. Moaz Abu Taha era un giornalista freelance i cui lavori erano stati occasionalmente pubblicati dall'agenzia Reuters. Sia Abu Aziz che Salama erano giornalisti «eccezionali».  Abu Aziz aveva in passato elogiato gli attacchi contro Israele del 7 ottobre 2023 guidati da Hamas in post sui social media poco dopo l'accaduto. Le organizzazioni per i diritti umani, come riportato dal New York Times, e quelle che sostengono i giornalisti affermano però che tali post non costituiscono, di per sé, una base legittima per un attacco militare contro una persona.

Janine Di Giovanni, direttrice esecutiva dell'organizzazione statunitense Reckoning Project per la documentazione dei crimini di guerra, afferma che «Se si permette a Israele di farla franca impunemente, si manda un messaggio a tutti i regimi del mondo». «Nessun giornalista è al sicuro, né in Ucraina, né in America, né in nessun altro luogo», ha detto.