Domenica 10 agosto l’aviazione israeliana ha bombardato l'accampamento posizionato di fronte all’ospedale al-Shifa di Gaza City. L’IDF ha rivendicato l’uccisione dell’inviato di Al Jazeera Anas Al-Sharif, da tempo al centro di una campagna diffamatoria che lo accusava di essere un membro di Hamas infiltrato nel network televisivo e di aver avuto un ruolo negli attacchi del 7 ottobre. Insieme a lui, sono stati uccisi tra gli altri i colleghi fotografi Mohammed Qraiqea, Ibrahim Al Thaher, Mohamed Nofal e Moamen Aliwa. Nella nota diffusa su X, l’esercito israeliano ha rivendicato l’azione dicendo che Anas Al-Sharif sarebbe «a capo di una cellula terroristica» e che «un tesserino stampa non è uno scudo contro il terrorismo».

Dall’inizio dell’invasione, ai giornalisti internazionali è stata preclusa la possibilità di raccontare quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza, se non sotto stretto controllo dei militari israeliani. Per questo motivo Al-Sharif e i suoi colleghi uccisi erano tra gli ultimi testimoni del genocidio in corso. In una nota il network qatariota ha condannato quello che è a tutti gli effetti un attacco alla libertà di stampa. «Ciò fa seguito alle ripetute istigazioni e agli appelli di diversi funzionari e portavoce israeliani volti a colpire il coraggioso giornalista Anas Al Sharif e i suoi colleghi», si legge nel comunicato. «Anas e i suoi colleghi erano tra le ultime voci rimaste all’interno di Gaza, offrivano al mondo una copertura diretta e non filtrata delle devastanti realtà vissute dal suo popolo – continua la nota – Mentre ai media internazionali era vietato l’ingresso, i giornalisti di Al Jazeera sono rimasti all’interno della Gaza assediata, condividendo la fame e le sofferenze che documentavano con le loro telecamere. Attraverso una copertura in diretta continua e coraggiosa, hanno fornito testimonianze oculari penetranti degli orrori scatenati in oltre 22 mesi di bombardamenti e distruzioni incessanti».


La ONG Committee to protect journalists ha scritto che Al-Sharif era diventato un obiettivo della propaganda israeliana per via del suo lavoro di denuncia. Le ultime accuse riguardavano la copertura dell’emergenza legata al cibo. Lui stesso, consapevole di essere entrato nel mirino di israele, aveva lasciata scritta una lettera che è stata diffusa sui suoi social dopo la morta: «Se queste parole vi raggiungono è perché Israele è riuscito a uccidermi e a silenziare la mia voce».