Ieri sera il presidente Emmanuel Macron ha annunciato che la Francia riconoscerà formalmente lo Stato di Palestina. La dichiarazione ufficiale sarà resa pubblica a settembre, durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Si tratterà del primo grande Paese occidentale a compiere questo passo, in un momento particolarmente delicato per il Medio Oriente, mentre il massacro contro la popolazione palestinese continua: con una nuova offensiva sulla città di Deir al-Balah, con colpi sparati su civili in fila per il cibo, e con l’uso della fame come arma di guerra.

L’annuncio è arrivato direttamente dai canali social di Macron, in linea con quello che ha definito «l’impegno storico [del Paese, ndr] per una pace giusta e duratura in Medio Oriente».

Già lo scorso aprile, durante una riunione alle Nazioni Unite, Macron aveva indicato che il riconoscimento della Palestina avrebbe rappresentato anche una risposta a quei Paesi — attualmente 28, per lo più a maggioranza musulmana — che ancora non riconoscono l’esistenza di Israele.

La posizione francese ha subito provocato reazioni critiche da parte di Israele e degli Stati Uniti. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha condannato duramente la decisione, affermando che il riconoscimento di uno Stato palestinese «premia il terrorismo» e rischia di «creare un altro proxy iraniano» alle porte di Tel Aviv. Anche da Washington è arrivata una netta opposizione. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha definito la decisione «imprudente», sostenendo che «serve solo alla propaganda di Hamas» e che «allontana il processo di pace». Per Rubio, si tratta di «uno schiaffo alle vittime del 7 ottobre».

Attualmente, secondo un conteggio aggiornato dell’AFP, almeno 142 dei 193 membri delle Nazioni Unite riconoscono ufficialmente uno Stato palestinese. Si tratta per lo più di Paesi dell’Asia, dell’Africa, del Medio Oriente, dell’America Latina e dell’Europa orientale. Il blocco occidentale, invece, ha tradizionalmente mantenuto una posizione più cauta o apertamente contraria. Tuttavia, negli ultimi anni qualcosa si è incrinato: nel 2023 e nel 2024, diversi Paesi europei — tra cui Spagna, Irlanda e Norvegia — hanno scelto di riconoscere la Palestina, rompendo progressivamente l’immobilismo del fronte occidentale.

Il governo italiano, per ora, resta su posizioni più rigide. Ha più volte ribadito che un riconoscimento unilaterale sarebbe dannoso per il processo di pace. A febbraio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito il riconoscimento «impossibile» e «un segnale contro la pace», confermando l’adesione dell’Italia alla cosiddetta «soluzione a due Stati», ma solo attraverso negoziati diretti.

L’Italia, invece, continua a restare ferma. Il governo ha ribadito più volte che un riconoscimento unilaterale sarebbe «controproducente» per il processo di pace. A febbraio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito il riconoscimento «impossibile» e «un segnale contro la pace», riaffermando il sostegno italiano alla cosiddetta «soluzione a due Stati», ma solo tramite negoziati diretti.

Solo recentemente, dopo mesi di silenzio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha usato toni più duri nei confronti di Israele, definendo «inaccettabili» gli attacchi contro la popolazione civile. La dichiarazione è arrivata dopo il bombardamento della chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza. «Nessuna azione militare può giustificare un tale atteggiamento», ha scritto su X. Un intervento che, secondo le opposizioni, arriva troppo tardi e rivela una profonda ipocrisia, soprattutto perché pronunciato proprio mentre la maggioranza, in Parlamento, bocciava una mozione che chiedeva la sospensione del memorandum Italia-Israele.

Riconoscere la Palestina, però, non è solo un gesto pratico: è un atto profondamente politico. È una presa di posizione forte, che conferisce legittimità e sostegno internazionale alla causa palestinese. I Paesi che compiono questo passo inviano un messaggio chiaro: il diritto dei palestinesi a uno Stato non può più essere ignorato, né rimandato. È un modo per affermare che la pace non può prescindere dalla giustizia, e che la soluzione al conflitto passa anche dal riconoscimento dell’identità e della dignità di un popolo che da decenni lotta per la propria autodeterminazione.