A Gaza gli studenti tornano a fare la maturità. Sotto le bombe
Lo scorso sabato circa 1500 alunni palestinesi hanno svolto l’esame di maturità nella Striscia di Gaza. L’ultima volta era successo nel 2023. Dopo il 7 ottobre l’invasione israeliana aveva bloccato ogni tentativo di organizzare l’esame, che ha un ruolo non solo simbolico: per gli studenti è infatti una tappa cruciale per l'accesso a università e borse di studio internazionali. Si tratta ancora oggi di uno dei pochi modi per sperare in un futuro fuori da Gaza, grazie alle collaborazioni con atenei che si trovano all’estero.
L’esame si è svolto attraverso un software, gli studenti hanno fatto l’accesso da tende, rifugi, internet cafè o in centri predisposti – dipende dalla messa in sicurezza dei luoghi, in base ai bombardamenti israeliani. Il corrispondente di Al Jazeera a Gaza, Tareq Abuo Azzum, ha detto che non ci sono aule e il tutto si è svolto con una connessione internet precaria. Ciononostante, gli studenti si sono rifiutati di «lasciare che la guerra cancelli il loro futuro». Uno studente ha raccontato le difficoltà nel sostenere un’esame in quelle condizioni e con una preparazione incerta, dovuta anche al fatto che larga parte di alunni e alunne ha perso i libri per via dei bombardamenti.
Secondo quanto riportato da Al Jazeera, le Nazioni Unite calcolano che in due anni di invasione e sterminio l’esercito israeliano abbia distrutto il 95% delle infrastrutture legate all’istruzione. Sarebbero circa 660mila gli studenti, con diverse età, a cui è stato negato il diritto a frequentare la scuola. Parliamo praticamente di tutta la popolazione in età scolastica della Striscia. Anche perché tante scuole gestite in passato dall’ONU ora sono utilizzate come rifugi.
Niente istruzione, ma neanche sicurezza: come il resto degli edifici civili, anche queste infrastrutture da quasi due anni sono sottoposte a incessanti attacchi da parte di Israele. Un report presentato al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha denunciato la distruzione sistematica di questi luoghi che accolgono migliaia di famiglie sfollate. Perciò il documento evidenzia – e non è un caso isolato – potenziali crimini di guerra.