Almeno 92 palestinesi sono stati uccisi ieri nella Striscia di Gaza mentre attendevano l’arrivo degli aiuti umanitari. Le vittime si erano radunate in una delle aree in cui, secondo le comunicazioni ufficiali, sarebbero transitati convogli con beni di prima necessità. Invece dei camion, però, sono arrivati i proiettili.

Secondo i testimoni, a sparare sarebbero stati carri armati e droni dell’esercito israeliano. «All’improvviso ci hanno accerchiati e hanno iniziato a bombardare», ha raccontato ad Associated Press Ehab al-Zei, uno degli uomini presenti sulla scena, che stava aspettando la farina e ha detto di non mangiare pane da 15 giorni. «Non tornerò mai più. Lasciateci morire di fame, è meglio».

Le autorità israeliane hanno replicato, come già accaduto in episodi precedenti, che le forze armate hanno sparato «colpi di avvertimento» per disperdere quella che è stata definita «una minaccia immediata per le truppe».

Sul caso è intervenuta anche la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), l’organizzazione israelo-americana che ha preso in carico parte della gestione dei convogli umanitari dopo il collasso della rete logistica dell’ONU nella regione. In una nota diffusa ieri, GHF ha dichiarato che l’incidente «non è collegato in alcun modo alla nostra attività», accusando alcuni media di «diffondere informazioni errate».

Nel frattempo, mentre si accumulano le vittime e cresce la fame, l’esercito israeliano ha dato il via a una nuova offensiva di terra contro la città di Deir al-Balah, nel cuore della Striscia di Gaza. Fino ad oggi, l’area era stata colpita solo da raid aerei, ma nella notte tra domenica e lunedì le truppe sono penetrate nella città, colpendo i quartieri di Abu al ‘Ajin e Hikr al Jami’. Gli ospedali al-Aqsa e al-Awda hanno riportato almeno tre morti solo nei primi bombardamenti, mentre anche il campo profughi di al-Bureij è stato nuovamente colpito.

Fino ad oggi Israele aveva evitato l’invasione di terra di Deir al-Balah, perché, secondo fonti israeliane citate da Reuters, si riteneva vi fossero ostaggi. Non è chiaro se la valutazione sia cambiata, o se l’operazione sia stata avviata comunque, come forma di pressione su Hamas nel contesto dei difficili negoziati per il cessate il fuoco.

Le immagini che arrivano da Gaza – corpi straziati, ospedali sovraccarichi, quartieri trasformati in macerie – raccontano una realtà che non può più essere ridotta a dichiarazioni di circostanza o «colpi di avvertimento».

È assurdo che simili episodi possano ripetersi con tale regolarità e senza alcuna conseguenza. È una vergogna che un esercito continui ad agire con una libertà che somiglia ormai sempre più a impunità, mentre la popolazione civile muore sotto le bombe o nell’attesa vana di un aiuto che non arriva. Di fronte a questo, il costante silenzio della politica internazionale non è più soltanto complicità: è corresponsabilità.