«Siamo in pericolo, ma restiamo a Kharkiv per difendere i nostri diritti»
di Giulia PalladiniPrideHub è uno spazio ampio. Entrando, dopo aver superato la doppia porta blindata, un grande stanzone si apre su una sala conferenze. Nell’aria ancora l’odore di vernice e mobilio da poco sistemato.
«Abbiamo inaugurato questo spazio a dicembre 2024, ma stiamo ancora facendo gli ultimi ritocchi» spiega Nadia, volontaria di 35 anni che da oltre quindici si occupa di diritti LGBTQIA+ nella città di Kharkiv. «È un posto che già esisteva ma non aveva questa potenzialità. Grazie a fondi europei e americani lo abbiamo reso funzionale. Volevamo creare un luogo di ritrovo, ma soprattutto volevamo un posto sicuro», aggiunge, mentre con la mano destra indica la scritta «Rifugio», sulla parete in fondo alla sala principale.
L’hub, realizzato grazie all’associazione femminista Sphera, nasce dopo anni di attivismo e volontariato nella città di Kharkiv a partire dal 2015. Nadia racconta che, quando nel 2022, la città è diventata uno dei principali target dell’invasione russa, lei e molte altre volontarie hanno lasciato tutto per raggiungere Kyiv o Leopoli, considerate più sicure. Solo un paio sono rimaste a sostenere la comunità locale e dare continuità al progetto. Proprio da questo impegno nel sociale, molti hanno conosciuto la realtà di Sphera, e con il ritorno dei volontari nel 2023 è nata l’idea di realizzare un centro aggregativo.
Kharkiv, tuttavia, non è ancora sicura. Situata a meno di venti chilometri dalla linea del fronte nord-orientale, è stata bombardata più volte solo nelle ultime settimane, con un bilancio di 14 vittime. Eppure, la città continua ad accogliere chi fugge dal Donbass e da località limitrofe ora nuovamente minacciate come Kupiansk, liberata dopo il 2022 ma a rischio di una nuova occupazione.
«Anche se Kharkiv è in pericolo, noi restiamo. Vivere sotto minaccia ti costringe a chiederti dove valga la pena investire le tue energie, e noi abbiamo scelto di spenderle qui». Continua Nadia, mostrando la scritta in ucraino sulla sua maglietta «Io vengo dal ferro e dal cemento», affiancata dall’icona del Dershprom, celebre edificio costruttivista simbolo della città, incorniciato dai colori dell’arcobaleno.
In una stanza più piccola, dove è in corso un workshop di pittura, Stasya, un’altra delle volontarie dell’associazione Sphera, racconta che nel 2019, da donna lesbica, trovare un'associazione femminista e impegnata nella lotta ai diritti civili l’aveva subito entusiasmata. Negli anni, ha preso parte all’organizzazione di decine di flashmob, campagne di sensibilizzazione e performance, alcune delle quali non particolarmente ben accolte dalla comunità. «In molti pensano che continuare a lottare per i nostri diritti non sia la priorità in questo momento e ci attaccano perché rappresentiamo una rottura con certi stereotipi».
Stasya e Nadia fanno parte anche del comitato organizzativo del pride che ci sarà a Kharkiv in autunno e del pride di Kyiv che il 14 giugno ha visto la partecipazione di più di 1500 persone. «Non è stato semplice mettere in piedi una nuova manifestazione dopo che lo scorso anno era stato organizzato un contro corteo per boicottare l’evento» spiega «il successo di questa edizione, però, dimostra che la strada intrapresa è quella giusta».
Tra le performance più significative per lei c'è quella del pride 2023 di Kharkiv, dove ha celebrato simbolicamente il matrimonio con sua moglie Alina, soldatessa dell’esercito ucraino dal 2015. Un gesto privo di validità legale: secondo la legge ucraina, infatti, il matrimonio è riconosciuto solo tra uomo e donna. Se Alina fosse ferita o uccisa sul campo, Stasya non avrebbe alcun diritto riconosciuto: non potrebbe visitarla in ospedale, né ricevere notizie ufficiali.
«Quando ci siamo conosciute, Alina era già nell’esercito ed è una delle prime ad aver dichiarato pubblicamente il proprio orientamento sessuale» continua «ora è capo della sua unità ed è molto rispettata. Molti nel suo battaglione ci hanno detto: ‘Sì, è lesbica, ma è Alina’. Io sono contenta che sia stimata oltre le sue scelte personali ma questa risposta rivela che c’è ancora molto lavoro da fare», conclude.
Sebbene manchino dati precisi sull'inclusività nell’esercito ucraino verso la minoranza LGBTQIA+ – oggi stimata tra il 2% e il 7% del totale, con possibili sottostime – molti militari che si dichiarano omosessuali o transessuali continuano ad affrontare violenze verbali, intrusioni nella vita privata, trasferimenti coercitivi e assenza di riconoscimento legale per i partner.
«Essere dichiaratamente omosessuali nell'esercito ucraino rappresenta ancora un rischio», spiega Iryina (nome di fantasia), soldatessa di 22 anni che sta terminando la sua formazione per diventare paramedico. Questo è il secondo battaglione in cui Iryina si arruola. Nel primo, dopo aver denunciato la presenza di bandiere omofobe e misogine, era stata isolata e invitata a lasciare l’unità di addestramento, accusata di essere “troppo femminista”. «L’Unione Sovietica ha lasciato un'impronta patriarcale e omofoba molto forte nell'esercito ucraino. Se prima, però, anche la gerarchia era incontestabile, ora qualcosa sta cambiando: a volte c'è spazio per il dialogo con i nostri comandanti ma dipende tutto dalla loro sensibilità».
Dal 2022, l'invasione su larga scala ha rappresentato un catalizzatore per la lotta ai diritti civili. Se prima parlare di omosessualità nell'esercito era un tabù, oggi sempre più persone fanno coming out, rivendicando con orgoglio la doppia identità di difensori della nazione e membri della comunità LGBTQIA+. «Molti sono spaventati, allo stesso tempo, però, molti si espongono e questo genera un effetto domino che non è mai stato così rapido», continua.
Alla domanda se l’Ucraina sia un Paese omofobo, Iryina alza le spalle: «Difficile dire di no, soprattutto nelle zone rurali. D’altro canto, però, ho la sensazione che ci siano dei segnali di cambiamento». I dati le danno ragione: un sondaggio del KIIS realizzato per il Nash Svit Centre tra il 26 maggio e il 1° giugno 2024 ha rilevato che il 68,3% degli ucraini ha un atteggiamento positivo verso la partecipazione delle persone LGBT+ alla difesa del Paese.
«Il vero paradosso resta l’aspetto formale e quindi la legislazione», conclude. «Nel mio battaglione, molti conoscono il mio orientamento sessuale, rispettano la mia privacy e mi chiedono spesso della mia ragazza. Ma mi hanno anche avvisata: niente post pubblici, niente esposizione sui social, niente discussioni visibili.
Finché il supporto non sarà dichiarato, nonostante il nostro impegno nei nostri doveri, cosa ne sarà dei nostri diritti?»