L'uomo della pace ha scelto le bombe
Per anni, Donald Trump ha costruito su di sé l’immagine di “uomo di pace”. Uno slogan ricorrente nelle sue campagne elettorali: con lui, le guerre sarebbero finite, o non sarebbero mai iniziate. Bastava eleggerlo e sarebbe arrivata la pace. Durante il suo ritorno alla Casa Bianca, Trump aveva perfino promesso di “far finire la guerra in Ucraina in 24 ore”. Ma a sei mesi dalla sua rielezione, quella narrazione si è infranta contro la realtà dei fatti.
Non solo il conflitto in Ucraina si è ulteriormente intensificato, con le forze russe in avanzata su più fronti, ma anche la guerra a Gaza ha subito una drammatica accelerazione. Un’escalation alimentata dalle dichiarazioni provocatorie, spesso grottesche, dello stesso Trump e dal suo incondizionato sostegno a Benjamin Netanyahu – su cui pende, ricordiamo, un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per presunti crimini di guerra.
Come se non bastasse, ora gli Stati Uniti hanno aperto un nuovo fronte, forse il più pericoloso: lo scontro diretto con l’Iran. Nella notte tra sabato 21 e domenica 22 giugno, bombardieri B-2 statunitensi hanno colpito tre siti nucleari strategici – Fordo, Natanz e Isfahan – con l’obiettivo dichiarato di “neutralizzare” la capacità iraniana di arricchire l’uranio. Un attacco massiccio, autorizzato da Trump dopo aver valutato, secondo quanto riportato da Politico, la possibilità di “eliminare l’apparato nucleare iraniano con un rischio minimo per il personale americano”.
Questo intervento militare arriva dopo anni in cui l’Iran era rientrato in un quadro di accordi internazionali. Nel 2015, sotto l’amministrazione Obama e con il sostegno dell’Unione Europea, era stato firmato un accordo storico (JCPOA) per limitare il programma nucleare iraniano in cambio dell’allentamento delle sanzioni. Fu proprio Trump, nel 2018, a stracciare quell’intesa unilateralmente, spingendo Teheran a riprendere gradualmente l’arricchimento dell’uranio. Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti.
Secondo fonti d’intelligence statunitensi, citate da CNN, l’Iran non stava attivamente costruendo un’arma nucleare. Se confermate, queste informazioni smentirebbero la tesi di un pericolo imminente, sostenuta da Israele. Al contrario, i dati raccolti dall’intelligence americana parlano di almeno tre anni di distanza dalla possibilità concreta che Teheran sviluppi una bomba atomica. Anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica non ha segnalato progressi significativi nell’arricchimento.
Nonostante ciò, Netanyahu, che da mesi sembrava in cerca di un casus belli contro Teheran, ha trovato in Trump il partner perfetto. E il presidente, pur in assenza di prove pubbliche e verificabili, ha deciso di fidarsi. Ha affiancato un governo sotto accusa internazionale, contribuendo a un’escalation che ora minaccia di coinvolgere l’intera regione.
Ad aggravare il quadro, c’è la sostanziale inerzia dell’Europa. Nessuno tra i principali governi – Francia, Germania, Regno Unito – ha avuto il coraggio di condannare apertamente l’azione americana. Anzi, in una dichiarazione congiunta si è chiesto all’Iran di “evitare la reazione”, quasi che fosse stato Teheran a scatenare il conflitto. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è arrivato a dichiarare che “Israele sta facendo il lavoro sporco per noi”, una frase che lascia trasparire più subordinazione strategica che lucidità diplomatica. Da parte sua, l’Italia è rimasta muta, limitandosi a invocare la “de-escalation”, mentre le basi americane di Aviano e Sigonella vengono blindate in previsione di possibili ritorsioni iraniane.
L’uomo che si vantava di poter negoziare con chiunque ha scelto la strada più breve e più rischiosa: la guerra. La leggenda dell’“uomo del deal” si è dissolta in una crisi internazionale. Un altro aspetto grave è che Trump ha agito da solo: non ha informato il Congresso, ha ignorato gli alleati, ha scavalcato il diritto internazionale. È lo stesso atteggiamento che lo aveva contraddistinto nel primo mandato, ma oggi le conseguenze potrebbero essere ancora più drammatiche. Se l’Iran decidesse di colpire le basi americane anche in Europa, il rischio di un’escalation fuori controllo è concreto.
Intanto, da alcune ore il presidente Usa si è rifugiato dietro slogan – Make Iran Great Again – che lasciano intendere la volontà di un regime change, la sostituzione forzata di un regime di governo con un altro. Semmai qualcuno ci avesse creduto, il mito dell’uomo di pace è finito. Quel che resta è un mondo assai più instabile e pericoloso e un’Europa ancora una volta silenziosa e complice.