Dopo l’attacco all’Iran, l’esercito israeliano ha dichiarato Gaza teatro secondario delle operazioni militari. Secondo il Guardian, molti palestinesi temono che questa decisione possa abbassare la soglia di attenzione dell’opinione pubblica internazionale, proprio mentre gli attacchi israeliani nella Striscia continuano senza sosta.

Venerdì 20 giugno, almeno 34 palestinesi sono stati uccisi in due diversi attacchi condotti da Israele. Secondo fonti locali, 23 persone avrebbero perso la vita mentre erano in attesa di aiuti umanitari nei pressi dell’asse di Netzarim, nel centro della Striscia. La notizia è stata riportata da Al Jazeera, che cita fonti mediche dell’ospedale al-Awda, situato a Deir al-Balah.

La settimana precedente, almeno 51 palestinesi erano stati uccisi e oltre 200 feriti nelle prime ore del martedì mattina, mentre si trovavano vicino a un punto di distribuzione del Programma alimentare mondiale, un’agenzia delle Nazioni Unite. Le persone erano in attesa dell’arrivo di camion carichi di aiuti umanitari a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. A riferirlo è il Ministero della Sanità di Gaza, controllato da Hamas, che ha definito l’episodio uno dei più gravi dall’inizio della crisi umanitaria.

Il massacro si inserisce in un contesto in cui l’intera popolazione di Gaza – oltre 2,1 milioni di persone – lotta quotidianamente per ottenere cibo, acqua e cure mediche, in mezzo a un assedio che dura da oltre 600 giorni.

«I bambini stanno morendo di fame. Vi prego, fateci passare», attivisti della Global March to Gaza implorano le guardie di aprire il valico di Rafah

L’esercito israeliano ha ammesso di aver aperto il fuoco sulla folla, affermando di stare «verificando» quanto accaduto: una formula ampiamente usata in passato e che, finora, non ha mai portato a responsabilità concrete.

Un testimone, Mohammed Abu Abed, ha raccontato alla CNN che le persone in fila sono state colpite da un attacco aereo. «Stavamo aspettando i camion della farina. All’improvviso, eravamo in mezzo alla folla e siamo stati colpiti da due missili che hanno fatto a pezzi i corpi. C’erano resti ovunque, brandelli di carne... Non so cosa dire. Hanno ucciso persone disarmate, che non avevano nulla addosso.»

Lo stesso giorno, altri otto palestinesi sono stati uccisi nei pressi di un centro di distribuzione alimentare a ovest di Rafah, nel sud della Striscia. Il Ministero della Salute ha denunciato che, nelle ultime settimane, molte delle vittime civili erano dirette verso i siti della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), un’organizzazione creata da Israele per controllare la distribuzione di beni essenziali. Diverse ONG e agenzie umanitarie accusano da tempo Israele di usare la fame come arma di guerra.

Dall’inizio dell’anno, le scorte di cibo e medicinali si sono ridotte drasticamente. Molti centri di distribuzione non supportati da Israele sono rimasti privi di rifornimenti. Sebbene la GHF affermi che nessun attacco sia mai avvenuto nei pressi dei suoi siti, le vittime si moltiplicano nelle aree circostanti.

Le persone ferite nell’attacco di martedì sono state trasportate all’ospedale Nasser di Khan Younis, una delle poche strutture ancora operative nella zona. Come molti altri ospedali della Striscia, anche questo lavora in condizioni critiche: scarsità di medicine, personale esausto e mancanza di attrezzature essenziali impediscono un’assistenza adeguata a una popolazione già ferita, malnutrita e traumatizzata. Secondo le Nazioni Unite, il 45% delle forniture mediche essenziali è già esaurito, mentre un ulteriore 25% rischia di terminare nelle prossime settimane.

A Gaza è in corso una strategia di annientamento della popolazione palestinese, attuata non solo con i bombardamenti, ma anche attraverso la privazione sistematica di beni indispensabili alla sopravvivenza. L’assistenza umanitaria è divenuta l’ennesimo campo di battaglia, in cui fame, sete e assenza di cure colpiscono ogni giorno una popolazione composta da bambini, donne e uomini inermi, che continuano a morire.